GRAHAM HANCOCK.
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IL MISTERO DEL SACRO GRAAL.
Origine e storia di una tradizione segreta.
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Parte 4.
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Titolo originale: The Sign and the Seal. A Quest for the Lost Ark of the Covenant Graham Hancock. 1992.
Traduzione di: Maria Massarotti.
1995. EDIZIONI PIEMME, Casale Monferrato, ALESSANDRIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Morte sulla Montagna.
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L'episodio al quale avevo assistito sarebbe stato in seguito ricordato come il massacro della Montagna del Tempio e, anche se rappresentava l'esito di anni di odio tra ebrei e arabi di Gerusalemme, la sua causa ultima era una manifestazione di un gruppo sionista ultra-conservatore conosciuto come i Fedeli della Montagna del Tempio. La grande bandiera che innalzavano mentre marciavano verso la Porta Moghrabi recava una Stella di Davide e una scritta provocatoria in ebraico che sintetizzava il punto fondamentale della lotta:
Montagna del Tempio - Il simbolo del nostro popolo nelle mani dei nostri nemici.
Ci che i manifestanti volevano fare era entrare nella Montagna del Tempio attraverso la Porta Moghrabi, marciare fino alla

moschea Al-Aqsa e mettere la pietra angolare di quello che proponevano come Terzo Tempio. Questo proposito, naturalmente, si configurava come una vera e propria bomba politica: da quando erano cominciati i lavori per la costruzione della Cupola della Roccia nel settimo secolo, tutta l'area della Montagna del Tempio era considerata un luogo sacro di grande importanza sia per i musulmani sia per gli ebrei. Inoltre, con grande disappunto dei gruppi come quello dei Fedeli della Montagna del Tempio, sono i musulmani a occupare la zona - nella quale non figura un luogo di culto ebraico fin dalla distruzione del Secondo Tempio per opera dei romani nel 70 d.C. Per difendere questo status quo -contro quella che deve essere sembrata loro una vera minaccia - circa 5.000 militanti arabi si erano radunati dentro le mura della Montagna del Tempio e si erano armati di pietre che intendevano lanciare contro i sionisti che si stavano avvicinando.
L'atmosfera era quindi carica di tensione quando i Fedeli della Montagna del Tempio cominciarono la loro marcia quel luned 8 ottobre. E la tensione era acuita anche dalla particolare localizzazione della Porta Moghrabi, attraverso la quale essi volevano passare. Distante meno di 50 metri dal portico principale della Moschea di Al-Aqsa, questa porta si trova all'estremit meridionale del Muro Occidentale - il cui lato esterno, conosciuto come Muro del Pianto,  oggi il pi importante luogo santo ebraico. Risalente all'epoca del Secondo Tempio, esso fa parte di una struttura di sostegno costruita da Erode il Grande alla fine del I secolo a.C. Scamp alla distruzione operata dai romani nel 70 d.C. (perch, affermava il Midrash, la Divina Presenza aleggiava sopra di esso) e, in tempi pi vicini a noi,  divenuto un potente simbolo delle aspirazioni nazionalistiche del popolo ebraico disperso durante la diaspora. Anche dopo la formazione dello stato di Israele continu a essere amministrato dal regno di Giordania e fu solo in seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 che venne finalmente incorporato nello stato ebraico. Davanti al Muro venne quindi spianata una grande piazza, che fu poi consacrata come luogo formale di culto; e qui, ancora oggi, si raccolgono ebrei provenienti da ogni parte del mondo per lamentare la mancanza di un Tempio. Per evitare un contatto potenzialmente catastrofico per l'Islam, per, continua a essere vietata ogni forma di culto ebraico sulla Montagna del Tempio, che resta sotto l'esclusivo controllo dei musulmani di Gerusalemme e che si affaccia direttamente sul Muro del Pianto.
Scegliendo dunque di arrivare alla Montagna del Tempio attraverso la Porta Moghrabi, i Fedeli della Montagna del Tempio erano in cerca di guai. Infatti, anche se la polizia di Israele sbarr loro la strada, appena essi si voltarono, i 5.000 arabi che si erano radunati dentro cominciarono a lanciare una pioggia di pietre non solo sulla testa dei fanatici che avevano preso parte alla marcia, ma anche agli altri numerosissimi ebrei che stavano compiendo i loro atti di devozione al Muro del Pianto. Cos, quella che era cominciata come una manifestazione apparentemente simbolica si trasform presto in un violento tumulto di folla, in cui undici fedeli israeliani e otto poliziotti vennero feriti, mentre da parte araba vi furono ventun morti e centoventicinque feriti gravi.
Quando io arrivai sul luogo del tumulto, il peggio era passato: mucchi di pietre giacevano per terra in mezzo a pozze di sangue vicino al Muro del Pianto; i feriti erano stati gi portati via dalle ambulanze; e la polizia, in assetto da combattimento e armata fino ai denti, sembrava ormai avere il pieno controllo della situazione. Nell'area della Montagna del Tempio, presidiata dalle forze di sicurezza, non si poteva accedere, e neanche nella zona di scavi posta immediatamente a sud, proprio quella che io volevo visitare. Centinaia di ebrei arrabbiati e infervorati, alcuni dei quali ostentavano con orgoglio delle bende macchiate di sangue, si aggiravano con fare decisamente bellicoso e ben presto cominci una feroce celebrazione di fronte al Muro del Pianto - anche se non riuscivo davvero a capire come qualcuno potesse rallegrarsi del brutale omicidio di un gruppo di giovani arabi.
Disgustato e depresso lasciai alla fine la zona, arrampicandomi per i gradini che portavano all'interno del quartiere ebraico della citt vecchia e ritrovandomi poi nella strada della Catena - che avevo percorso qualche giorno prima in occasione della mia prima visita alla Montagna del Tempio. Qui vidi altre scene di violenza quando la polizia cominci a colpire con pistole e bastoni i palestinesi che riteneva fra i partecipanti del tumulto di prima.

Un giovane, che protestava a gran voce la sua innocenza con la voce alterata dal terrore, fu a pi riprese spintonato e picchiato; un altro corse a rotta di collo dentro un vicolo dove fu accerchiato e picchiato prima di essere trascinato via.
Nel complesso, era stata una mattina decisamente drammatica, che gett un'ombra sul resto del mio soggiorno a Gerusalemme. E non soltanto a causa della sofferenza umana che gli eventi di quel giorno avevano legato intimamente al luogo dove un tempo si trovava l'Arca, ma anche perch la Montagna del Tempio e gli scavi a sud di essa rimasero presidiati dalle forze di sicurezza fino a molto tempo dopo la mia partenza da Israele. Malgrado questi sinistri auspici, per, decisi di non perdere nessuno dei giorni che ancora mi restavano da trascorrere in quell'infelice paese, e perci, continuai con le mie ricerche meglio che potei.

Si scava nei luoghi sacri
La domanda alla quale stavo ancora cercando di dare una risposta era quella che avevo abbozzato nel mio taccuino di appunti la sera di sabato 6 ottobre: qualche archeologo aveva mai scavato presso la Montagna del Tempio, o presso il Monte Ne-bo, al fine di verificare le tradizioni ebraiche riguardanti il luogo di custodia dell'Arca?
Cominciai con gli scavi che avevo inutilmente cercato di visitare la mattina dell'8 ottobre. Anche se non mi era consentito l'accesso, riuscii a contattare alcuni archeologi che vi stavano lavorando e a indagare su ci che avevano scoperto. Venni a sapere che un'opera sistematica di scavi era cominciata qui nel febbraio 1968, circa otto mesi dopo che i paracadutisti israeliani avevano preso il controllo di Gerusalemme nella Guerra dei Sei Giorni. E anche se gli scavi si fermavano al di fuori del recinto della Montagna del Tempio, erano stati comunque al centro di aspre polemiche fin dall'inizio. Secondo Meir Ben-Dov, direttore degli scavi, Il Consiglio superiore musulmano aveva espresso subito una netta opposizione, sospettando che si trattasse di un complotto contro gli interessi degli islamici. Questi scavi non hanno affatto un fine scientifico, affermava, l'obiettivo sionista  piuttosto quello di minare il muro meridionale della Montagna del Tempio, che  anche il muro meridionale della Moschea Al-Aqsa, allo scopo di distruggere la moschea.
Con grande sorpresa di Ben-Dov, anche i cristiani, all'inizio, furono quasi altrettanto diffidenti. Sospettavano, mi spieg, che il vero scopo degli scavi fosse quello di gettare le fondamenta per la costruzione del Terzo Tempio, e che quella dell'archeologia non fosse che una copertura. Posso solo dire che ora tutto ci ti pu sembrare il prodotto di un'immaginazione demoniaca; in realt, per, pi di una volta, per scherzo o seriamente, ci sono persone, le cui eccezionali doti di intelligenza e abilit come storici e archeologi sono fuori discussione, che sono venute direttamente a dirmi: "Non  che vuoi ricostruire il Tempio?
L'opposizione pi forte di tutte venne dalle autorit religiose ebraiche, alle quali il governo stesso chiese l'approvazione prima che i lavori potessero cominciare. Il professor Mazar dell'Istituto archeologico dell'Universit Ebraica condusse le trattative con i rabbini capo Nissim e Unterman; entrambi gli diedero parere negativo quando egli si rivolse a loro la prima volta nel 1967:
Il rabbino capo sefardita, Babbi Nissim, spieg il suo rifiuto con il fatto che l'area in cui intendevamo scavare era un luogo sacro. Quando gli chiedemmo di chiarire meglio la sua risposta, egli accenn al fatto che avremmo potuto dimostrare che il Muro del Pianto non era in effetti il muro occidentale della Montagna del Tempio. Inoltre, a che cosa serviva eseguire degli scavi archeologici quando essi non avevano comunque alcuna importanza? Dall'altra parte il rabbino capo Ashkenazi, Rabbi Unterman, si aggrapp a problemi hala-khic (di legge ebraica). Che cosa succeder, medit a voce alta, se, come risultato dei vostri scavi archeologici, troverete l'Arca dell'Alleanza, che secondo la tradizione ebraica  sepolta nelle profondit della terra?. Sarebbe magnifico! rispose innocentemente il professor Mazar. Ma il venerabile rabbino spieg al professore che era proprio questo che temeva. Poich i figli di Israele non sono puri dal punto di vista della legge religiosa ebraica, non  permesso loro toccare l'Arca dell'Alleanza. E quindi improponibile anche solo pensare di scavare fino a che non arriver il Messia!

La preoccupazione del rabbino riguardo all'Arca era del tutto ortodossa. Tutti gli ebrei, infatti, si trovavano ufficialmente in una condizione di impurit rituale fin dalla distruzione del Secondo Tempio - una condizione che finir solo con l'avvento del vero Messia. Dogmi di questo genere rappresentavano dunque un considerevole ostacolo ai propositi degli archeologi. Ciononostante essi riuscirono alla fine ad avere la meglio sui rabbini - e anche a superare le obiezioni poste dai rappresentanti delle altre due fedi monoteiste che discendevano dal culto veterotestamentario di Yahweh. Gli scavi, cos, poterono cominciare. Inoltre, bench si scavasse al di fuori della Montagna del Tempio, si recuperarono molti oggetti risalenti all'epoca del Primo Tempio. Come era prevedibile, per, non si trov alcuna traccia dell'Arca dell'Alleanza, e gran parte degli oggetti scoperti si rivelarono appartenenti alla fine dell'epoca del Secondo Tempio e al periodo musulmano e delle crociate.
In conclusione, quindi, non si pu certo dire che gli scavi di Meir Ben-Dov avessero prodotto elementi a sostegno delle tradizioni ebraiche riguardanti l'occultamento dell'Arca; ma neanche avevano escluso del tutto queste tradizioni. Una cosa sola avrebbe potuto mettere la parola fine a tutta questa faccenda: uno scavo completo e approfondito proprio sulla Montagna del Tempio.
In realt avevo la sensazione, come il lettore ricorder, che uno scavo di questo tipo fosse stato effettivamente eseguito dai Cavalieri Templari secoli e secoli prima che fosse inventata l'archeologia, e che nemmeno i Templari fossero riusciti a trovare l'Arca. Dovevo per assolutamente stabilire se vi erano stati degli scavi anche in epoche pi recenti e, se s, quali risultati ne erano scaturiti. Lo chiesi a Gabby Barkai, un archeologo dell'Universit Ebraica di Gerusalemme specializzato nel periodo del Primo Tempio.
Da quando sono comparsi gli archeologi moderni, mi disse seccamente, non  stato fatto alcun tentativo di scavare nella Montagna del Tempio.
Perch? domandai.
Perch  il luogo sacro per eccellenza. Le autorit musulmane si oppongono ferocemente a che venga intrapresa qualsiasi forma

di ricerca scientifica in questo luogo: sarebbe il peggior sacrilegio possibile, dal loro punto di vista. E cos la Montagna del Tempio resta un enigma per gli archeologi. La maggior parte di ci che sappiamo di essa  frutto di interpretazione o di un'analisi teorica; dal punto di vista strettamente archeologico non abbiamo che i ritrovamenti di Charles Warren, e di Parker, naturalmente. Egli scav e all'interno della Cupola della Roccia - nel 1910, se ricordo bene; ma non era un archeologo, era un pazzo, cercava l'Arca dell'Alleanza.
Non era chiaro dalle sue parole se, per Barkai, Parker era un pazzo perch cercava l'Arca dell'Alleanza, o se cercava l'Arca dell'Alleanza perch era un pazzo, o se la sua pazzia si era manifestata prima che cominciasse a scavare nella Cupola della Roccia. In ogni caso pensai bene di non dire che stavo anch'io cercando l'Arca, e mi limitai a chiedere all'archeologo dove potevo trovare del materiale su Parker, e anche su Charles Warren, l'altro nome che aveva citato.
Passai i due giorni seguenti in archivio, dove appresi che Warren era un giovane tenente del Genio Reale britannico, al quale il Fondo per l'Esplorazione della Palestina, con sede a Londra, aveva affidato nel 1867 il compito di scavare sulla Montagna del Tempio. Ma la sua opera rimase limitata pi o meno alla stessa area - al di fuori e a sud dei recinti sacri - nella quale avrebbero lavorato in maniera molto pi completa Meir Ben-Dov e i suoi colleghi circa un secolo dopo.
La differenza stava nel fatto che Warren aveva anche cercato di ottenere il permesso di scavare dentro la Montagna del Tempio, ma non era riuscito a vincere la resistenza dei turchi ottomani sotto la cui amministrazione si trovava allora Gerusalemme. Inoltre, l'unica volta in cui era riuscito ad aprire una galleria verso nord e a scavare sotto le mura esterne, i martelli e gli altri arnesi usati dai suoi operai avevano disturbato i fedeli riuniti in preghiera nella Moschea Al-Aqsa. Ne era scaturita una sassaiola, un tumulto popolare e l'ordine, impartito direttamente da Izzet Pasha, governatore della citt, di sospendere immediatamente lo scavo.
Malgrado le difficolt, Warren non si era scoraggiato e aveva convinto gli ottomani a lasciarlo tornare al lavoro in quella zona.

Aveva poi fatto molti altri tentativi clandestini di scavare sotto la Montagna del Tempio, dove avrebbe voluto localizzare e tracciare una mappa di tutti i resti antichi che incontrava. Ma non riusc a realizzare la sua ambizione e arriv soltanto alle fondamenta delle mura esterne. Naturalmente non trov l'Arca dell'Alleanza - n, d'altra parte, sembra che egli si fosse mai proposto di trovarla. I suoi interessi erano rivolti prevalentemente al periodo del Secondo Tempio e sotto questo profilo fece molte scoperte di grande valore dottrinario.
Non si pu dire lo stesso per Montague Brownslow Parker, figlio del conte di Morley, che era andato a Gerusalemme nel 1909 col preciso intento di trovare l'Arca, e che non diede alcun contributo dottrinario.
La spedizione di Parker, pi tardi cortesemente definita dalla celebre archeologa inglese Kathleen Kenyon al di fuori di ogni criterio, si era ispirata all'opera di un mistico finnico di nome Valter H. Juvelius, che nel 1906 aveva presentato a un'universit svedese un articolo riguardante la distruzione del Tempio di Salomone per opera dei babilonesi. Juvelius. affermava di aver acquisito informazioni attendibili sul nascondiglio - posto all'interno della zona sacra - dell'Arca dell'Alleanza incastonata d'oro, e disse anche che da un attento studio che egli stesso aveva effettuato dei relativi testi biblici risultava l'esistenza di un passaggio sotterraneo segreto che, da una certa parte della citt di Gerusalemme, arrivava alla Montagna del Tempio. Dopo aver esaminato a fondo i resoconti degli scavi di Charles Warren, si era convinto che questo passaggio segreto doveva trovarsi a sud della Moschea Al-Aqsa, nella zona in cui Warren aveva gi scavato. Prospettando quindi la possibilit di ricavarne 200 milioni di dollari - tanto calcolava che potesse valere il ritrovamento dell'Arca -Juvelius cercava investitori disposti a finanziare la sua spedizione, che si proponeva di localizzare e aprire il passaggio che avrebbe condotto al tesoro.
Ma i suoi tentativi di raccogliere fondi non furono coronati da successo fino a quando non incontr, a Londra, Montague Brownslow Parker, allora trentenne, e non ottenne il suo appoggio per questa impresa. Sfruttando i suoi contatti con l'aristocrazia, in Gran Bretagna e all'estero, compresi alcuni membri della ricca famiglia Armour di Chicago, Parker riusc ben presto a raggranellare la bella somma di 125.000 dollari. La spedizione quindi part e, nell'agosto 1909, aveva gi fissato il suo quartier generale sul Monte degli Olivi, che si trovava proprio di fronte alla Montagna del Tempio.
Si cominci immediatamente a scavare nella zona che Warren aveva gi tanto diligentemente esplorato. Parker e Juvelius, inoltre, non erano per nulla intimoriti dal fatto che il loro illustre predecessore non avesse trovato niente di particolarmente significativo; anzi, procedevano con grande ottimismo, anche perch avevano assunto un chiaroveggente irlandese che li assistesse nella ricerca del presunto tunnel segreto.
Il tempo pass. Vi furono le prevedibili proteste da parte dei fedeli delle varie confessioni religiose, e in pi, all'arrivo dell'inverno, cominci a piovere e gli scavi furono inondati da fiumi di fango. Parker, come era comprensibile, cominci a scoraggiarsi: sospese temporaneamente i lavori e non li ricominci fino all'estate del 1910. Seguirono poi parecchi mesi di frenetica attivit, ma del tunnel segreto neanche l'ombra, mentre il progetto nel suo complesso andava incontro a un'opposizione sempre pi decisa. Nella primavera del 1911 il barone Edmond de Rothschild, sionista e membro della famosa famiglia di banchieri, considerando sua missione personale quella di impedire la dissacrazione del luogo pi sacro dell'ebraismo, acquist un lotto di terreno adiacente al luogo degli scavi; dal quale poteva minacciare direttamente Parker.
Il giovane aristocratico inglese si spavent e, nell'aprile 1911, sospese la ricerca del tunnel e ricorse a mezzi estremi. Gerusalemme era ancora sotto il controllo dei turchi ottomani e il governatore della citt, Amzey Bey Pasha, era un uomo non proprio conosciuto per la sua scrupolosa onest. Una ricompensa di 25.000 dollari bast a garantire la sua cooperazione, e un'altra somma, un po' pi modesta, convinse lo sceicco Khalil - preposto per ereditariet alla sorveglianza della Cupola della Roccia - a far accedere Parker e la sua squadra nel luogo sacro e a chiudere un occhio su qualunque cosa essi avessero fatto.

Tutto il lavoro, per ovvie ragioni, veniva compiuto nel cuore della notte. Travestiti da arabi, questi cacciatori del tesoro passarono una settimana a scavare nella parte meridionale della Montagna del Tempio vicino alla Moschea Al-Aqsa, dove sia Ju-velius sia il chiaroveggente credevano che fosse sepolta l'Arca. I loro sforzi, per, non portarono a niente, e nelle prime ore del mattino del 18 aprile 1911 Parker cominci ad interessarsi della Cupola della Roccia e delle presunte caverne che, secondo la leggenda, dovevano trovarsi molto al di sotto della Shetiyyah.
A quel tempo la scala che conduce alla Fontana delle Anime non era stata ancora installata e Parker e la sua squadra dovettero calare se stessi e le loro attrezzature mediante funi legate alla Shetiyyah stessa. Accesero quindi delle lanterne e cominciarono a battere ripetutamente il pavimento della grotta nella speranza di riuscire in tal modo a trovare l'accesso al luogo in cui era custodita l'Arca.
Il disastro si abbatt prima ancora che essi riuscissero a capire se vi erano altre cavit sotto di loro. Lo sceicco Khalil era stato comprato, ma inaspettatamente comparve un altro guardiano (si dice che questi avesse deciso di dormire sulla Montagna del Tempio perch aveva la casa piena zeppa di ospiti). Nell'udire il rumore degli scavi proveniente dalla Cupola della Roccia, egli balz in piedi, si cal nella Fontana delle Anime e vide con orrore un gruppo di stranieri con gli occhi spiritati che aggredivano con pale e picconi il sacro suolo.
La reazione fu drammatica da entrambe le parti. Il guardiano della moschea, scioccato, gett un urlo disumano e fugg nella notte per chiamare a raccolta i fedeli. Gli inglesi, realizzando saggiamente che ormai la frittata era fatta, batterono in rapida ritirata: non tornarono neanche al loro campo base, ma lasciarono subito Gerusalemme e si diressero al porto di Giaffa - dove era ancorata una motonave che, opportunamente, avevano noleggiato. Riuscirono cos per un soffio a sfuggire alla folla isterica che arriv poco dopo alla Montagna del Tempio e che fece fare una brutta fine al malcapitato sceicco Khalil.
Prima del sorgere del sole Gerusalemme era ormai in preda a violenti moti di piazza e Amzey Bey Pasha, giustamente sospettato di complicit, venne aggredito e insultato. Per tutta risposta, egli chiuse la Montagna del Tempio e ordin che i fuggiaschi fossero catturati al loro arrivo a Giaffa. Senz'altro con questa decisione egli intendeva mettere a tacere la sua coscienza, ma  anche vero che si era diffusa la voce che Parker avesse trovato e portato via l'Arca dell'Alleanza, e musulmani ed ebrei chiedevano insieme a gran voce che si impedisse alla sacra reliquia di lasciare il paese.
Allertati da un telegramma, la polizia e le autorit doganali di Giaffa arrestarono i fuggitivi, sequestrarono tutto ci che era in loro possesso ed effettuarono una perquisizione estremamente approfondita e sistematica. Non trovarono nulla. Alquanto imbarazzati, allora, trattennero i bagagli ma consentirono agli inglesi di salire sulla loro barca, dove l'interrogatorio avrebbe dovuto continuare. Ma appena lui e i suoi compagni furono al sicuro a bordo, Parker ordin all'equipaggio di levare l'ancora.
Arriv in Inghilterra qualche settimana dopo. Non era riuscito a trovare l'Arca perduta, e in compenso aveva perso tutti i 125.000 dollari che gli investitori di Stati Uniti e Gran Bretagna gli avevano affidato. Tutta questa faccenda, compresi gli scavi, concludeva Kathleen Kenyon molti anni dopo, non contribu certo a migliorare l'immagine dell'archeologia britannica.
Gli archeologi britannici, per, non parteciparono al tentativo successivo di trovare l'Arca,-un tentativo che ebbe luogo negli anni Venti e che si concentr sul Monte Nebo, dove, secondo il libro dei Maccabei, il profeta Geremia aveva nascosto la sacra reliquia poco prima della distruzione del Tempio di Salomone.
A prendere l'iniziativa, in questa occasione, fu un eccentrico esploratore americano che amava vestirsi con fluttuanti abiti arabi e che, bench fosse un uomo, si chiamava stranamente Antonia Frederick Futterer. Dopo aver esplorato accuratamente il Monte Nebo (e anche la vicina vetta del Monte Pisgah), egli dichiar - con una genuina originalit che ispirava reverenza - di aver trovato... un passaggio segreto. Questo passaggio era chiuso da una specie di muro e Futterer non tent neanche di abbatterlo. Ma quando lo esamin alla luce di una torcia elettrica, scopr... un'antica iscrizione, che ricopi fedelmente e riport a Gerusalemme. Prese quindi contatto con uno studioso dell'Universit ebraica che acconsent a decifrare i geroglifici. Il messaggio recitava cos:
Qui giace l'Arca d'Oro dell'Alleanza.
Purtroppo, per, Futterer non disse il nome dello studioso che aveva tradotto l'iscrizione; ne, nell'entusiasmo che ne segu, qualcuno si fece avanti a reclamare questo onore; Futterer non mostr neanche la presunta copia che avrebbe fatto dell'epigrafe, n torn sul Monte. Nebo per prendere l'Arca dal suo presunto passaggio segreto.
Mezzo secolo dopo, per, comparve una nuova personalit a raccogliere l'eredit di Futterer. Anche questa volta si trattava di un esploratore americano, un certo Tom Crotser, tra le cui precedenti scoperte figuravano anche la Torre di Babele, l'Arca di No e la citt di Adamo.
Nel 1981, con un procedimento piuttosto tortuoso, questo signore acquist alcuni documenti che Futterer aveva lasciato, documenti che sembra includessero anche uno schizzo del passaggio segreto sul Monte Nebo dove avrebbe dovuto essere sepolta l'Arca dell'Alleanza.
Il Monte Nebo si trova entro i confini dell'attuale Giordania ed  proprio in questo paese che Crotser si rec, insieme a un gruppo di fanatici colleghi appartenenti a un'organizzazione denominata Istituto Internazionale per la Restaurazione Storica (sede centrale a Winfield, Kansas). La loro missione, naturalmente, era quella di recuperare l'Arca. A questo scopo passarono quattro giorni dormendo all'aperto sul Monte Nebo - con grande disappunto dei francescani della Terra Santa che hanno la propriet della vetta, i quali custodiscono la chiesa bizantina eretta sopra il presunto luogo di sepoltura di Mos e che, negli ultimi decenni, hanno condotto in maniera attenta e professionale degli scavi archeologici nella zona.
Neanche a dirlo, i francescani non trovarono mai l'Arca, n la trov Crotser - almeno non sul Monte Nebo. Dopo aver finito l, per, lui e la sua squadra si trasferirono al vicino Monte Pisgah (che anche Futterer aveva visitato). Sulla vetta trovarono una gola che, ne erano sicuri, li avrebbe portati al passaggio segreto individuato nello schizzo di Futterer.
Il fatto che una parte del pavimento di questa gola fosse coperto da un rivestimento duro, metallico non fece che acuire la loro eccitazione. La notte del 31 ottobre 1981 essi rimossero questo strato che era loro di ostacolo e, al di l di esso, un passaggio si apr davanti a loro. Seguirono questo passaggio, che, a quanto dissero, misurava circa 1, 2 metri di larghezza per 2 metri di altezza, e si addentrarono per circa 20 metri nelle viscere della terra. Quindi si trovarono davanti un muro esattamente uguale a quello descritto da Futterer e, senza fatica, lo abbatterono.
Al di l di esso vi era una cripta intagliata nella roccia che conteneva, secondo Crotser, una cassettina rettangolare ricoperta d'oro. Sembravano poi esservi delle aste per il trasporto che corrispondevano perfettamente alla descrizione biblica delle aste per il trasporto dell'Arca dell'Alleanza. E a lato vi erano dei pacchi avvolti in un tessuto che secondo Crotser dovevano essere i cherubini che un tempo stavano sopra il trono di Dio.
Gli esploratori americani erano sicuri di aver trovato la sacra reliquia. Non la rimossero, anzi non la toccarono neanche; si limitarono a fotografarla con macchine a flash. Quindi lasciarono la Giordania e rientrarono negli Stati Uniti, dove informarono immediatamente l'agenzia di stampa UH della loro scoperta. La notizia fece subito il giro del mondo e il giornalista che se ne occup ammise che fece pi scalpore di qualunque altra cosa che ho scritto in vita mia. E dunque, l'Arca era stata trovata? Le fotografie scattate nella cripta, naturalmente, avrebbero rappresentato la prova pi importante a sostegno di quanto affermavano gli americani - se solo qualche qualificato archeologo biblico avesse avuto la possibilit di esaminarle. perch allora Crotser rifiut categoricamente di consegnarle a chicchessia?
Non era molto credibile la sua argomentazione in base alla quale Dio stesso gli avrebbe detto di consegnare le fotografie solo al banchiere londinese David Rothschild, che, a sentir lui, era un diretto discendente di Ges Cristo ed era stato scelto dal Signore per costruire il Terzo Tempio - nel quale l'Arca dell'Alleanza, tolta dal suo nascondiglio, avrebbe occupato la posizione centrale.

Appartenente a quella stessa famiglia di banchieri che si era opposta agli scavi di Montague Parker sulla Montagna del Tempio nel 1910, Rothschild rifiut freddamente di prendere in consegna le fotografie, e perci Crotser le conserva tuttora nella sua casa a Winfield, nel Kansas, rifiutando ostinatamente di consegnarle, ma mostrandole ad alcuni, selezionati, visitatori.
Nel 1982, uno di questi visitatori fu il rinomato archeologo Siegfrid H. Horn, uno specialista della regione del Monte Nebo, autore di svariate opere dottrinarie sull'argomento. Egli pass alcuni giorni ad esaminare attentamente le fotografie di Crotser, che, purtroppo, non sembravano sviluppate perfettamente:
Soltanto in due di esse si vede qualcosa, le altre sono completamente nere. Una delle due  sfocata, ma sembra effettivamente raffigurare un vano con una scatola gialla al centro. L'altra  abbastanza buona e si distingue chiaramente la parte frontale della scatola.
Subito dopo aver lasciato la casa di Crotser, Horn (che  un abile disegnatore) fece uno schizzo della scatola come l'aveva vista sulla pellicola. In alcune parti il metallo giallo sembrava ottone, pi che oro, e inoltre vi erano stampati dei disegni a forma di diamante che sembravano fatti a macchina. Ma ci che fugava ogni dubbio era il fatto che dall'angolo superiore destro della parte frontale della scatola usciva un chiodo munito di una testa decisamente moderna. Horn concludeva quindi:
Non so che cosa sia quest'oggetto, ma le fotografie mi hanno convinto che non si tratta di un manufatto antico, ma di un oggetto di fabbricazione moderna, ottenuto con nastri decorativi fatti a macchina e con uno strato metallico sottostante.

Dalla fantasia ai fatti
Dopo aver fatto il punto sulle testimonianze archeologiche di Gerusalemme, non trovai altri riferimenti a spedizioni volte a ve-rificare le tradizioni ebraiche sul luogo in cui era conservata l'Arca dell'Alleanza. E anche gli studiosi con i quali parlai mi confermarono

che il campo era effettivamente alquanto limitato: Charles Warren, e pi tardi Meir Ben-Dov e la sua squadra, avevano scavato nelle vicinanze della Montagna del Tempio (anche se non stavano cercando l'Arca); Montague Brownslow Parker - non un archeologo ma un pazzo, come lo aveva definito Gabby Barkai - aveva scavato all'interno della Montagna del Tempio ma non aveva trovato niente; Antonia Frederick Futterer aveva trovato, ma non esplorato, un passaggio segreto sul Monte Nebo che, secondo lui, conteneva l'Arca; e infine Tom Crotser affermava di aver trovato proprio l'Arca in quello stesso passaggio - che per doveva essere emigrato dal Monte Nebo al Monte Pisgah nei cinquant'anni trascorsi dalla visita di Futterer.
Tutto qui. Non c'era altro, a parte la mia attuale ricerca. E io, che cosa stavo facendo? Beh, stavo anch'io cercando l'Arca, naturalmente - un'impresa in cui, evidentemente, ero stato preceduto, con mio grande sconcerto, solo da visionari messianici e maniaci senza cervello.
Ci che giocava a mio favore, suppongo, era il fatto che io non avevo il minimo interesse alla costruzione del Terzo Tempio, e che non credevo affatto che l'Arca fosse stata seppellita sotto la Cupola della Roccia o sul Monte Nebo e Pisgah. Capii che sarebbe stato praticamente impossibile dimostrare che questi luoghi non nascondevano altri segreti; ma a me bastava sapere che la reliquia perduta non si trovava in nessuno dei luoghi indicati dalle tradizioni ebraiche, che non era stata presa dagli egizi, n dai babilonesi, e che nemmeno era stata distrutta.
La sua scomparsa, quindi, appariva sempre di pi come uno sconcertante mistero - uno dei grandi misteri della Bibbia, come l'aveva definito Richard Elliot Friedman, professore di religione ebraica e comparata alla California University. Tutto il lavoro che avevo compiuto nel 1989 e nel 1990 non aveva fatto che rafforzare la mia convinzione che la soluzione del mistero era da ricercare in Etiopia. E tuttavia... E tuttavia vi era un problema che non avevo mai affrontato, in nessuno stadio della mia ricerca: quello per cui la pretesa dell'Etiopia di possedere l'Arca sembrava fondarsi solo su basi prive di reale consistenza, come l'Apocalisse di Baruch o il libro dei Maccabei.

Insomma, stavo cominciando a pensare che le asserzioni del Kebra Nagast non fossero-sufficientemente affidabili come testimonianza storica per giustificare un viaggio nella citt sacra di Axum - un viaggio in cui avrei dovuto mettere a repentaglio la mia stessa vita. Il fatto che la regina di Saba fosse etiope, che avesse generato un figlio con re Salomone e che questo figlio alla fine avesse rubato l'Arca da Gerusalemme, suonava pi come una costruzione fantastica posteriore che come una sobria verit. A dire la verit, avevo raccolto parecchi elementi in Etiopia a sostegno dell'ipotesi secondo cui la reliquia si troverebbe nella cappella del santuario ad Axum, e avevo anche accertato che per nessun'altra localizzazione vi erano prove pi incisive. Ma tutto questo, pi che provare la veridicit del racconto del Kebra Nagast di come l'Arca era arrivata in Etiopia, provava la sostanziale debolezza delle possibili alternative.
Pertanto, prima di decidermi definitivamente a compiere questo viaggio ad Axum, sentivo che dovevo trovare una spiegazione pi convincente di quella offerta dal Kebra Nagast del modo in cui il pi importante oggetto del mondo dal punto di vista biblico era potuto andare a finire nel cuore dell'Africa. Quando lasciai Gerusalemme, a met ottobre 1990, avevo trovato questa spiegazione - come racconter nel prossimo capitolo.


Capitolo Quindicesimo LA STORIA NASCOSTA

Dopo lunghe ricerche, mi-ero convinto che la pretesa dell'Etiopia di costituire il luogo di custodia dell'Arca non cozzava con qualche alternativa particolarmente forte o sorprendente. Ma questo dato non era l'unico risultato della mia ricerca. Come scrissi nel mio taccuino:
Nessuno, dopo aver seguito la storia dell'Arca, dalla sua costruzione ai piedi del Monte Sinai fino al momento della sua deposizione nel Tempio di Salomone, potrebbe seriamente mettere in dubbio che si trattava di un oggetto della massima importanza per il popolo ebraico. E tuttavia le Scritture - tanto dominate dalla presenza della reliquia prima di Salomone - sembrano dimenticarsene completamente dopo di lui. La sua perdita viene formalmente riconosciuta al tempo della costruzione del secondo Tempio, ma il grande mistero, per citare le parole del professor Richard Friedman, che: Non si dice affatto che l'Arca fu portata via, o distrutta... Non si fa nemmeno un commento del tipo: "E poi l'Arca scomparve, e non sappiamo che cosa le accadde", oppure "E nessuno sa dove sia oggi". Il pi importante oggetto della storia, dal punto di vista biblico,  semplicemente scomparso dalla storia.
Partendo da questa constatazione mi domandai allora: perch fu cos? perch i compilatori dell'Antico Testamento dovettero far sparire l'Arca dai testi sacri - e non con gran baccano, come ci si sarebbe aspettati, ma con un lamento?
Sapevo che il Kebra Nagast offriva una chiara risposta a questa domanda. Al capitolo 62 descriveva il dolore che Salomone prov quando venne a sapere che suo figlio Menelik aveva sottratto la reliquia dal Tempio e l'aveva portata in Etiopia. Ma quando riusc a raccogliere le idee, il re si rivolse agli anziani di Israele - che stavano anch'essi lamentandosi a gran voce per la perdita dell'Arca - e li invit a smettere:
Cessate, su, cosicch i non circoncisi non si mettano a sparlare di noi dicendo: La loro gloria se ne  andata, e Dio li ha abbandonati. Non rivelate niente ai popoli stranieri...
E... gli anziani di Israele risposero e gli dissero: Sia fatto come vuoi tu, e come vuole il Signore Dio! Quanto a noi, nessuno di noi trasgredir alla tua parola, non informeremo nessun altro popolo che l'Arca ci  stata sottratta. E stabilirono questo patto nella Casa del Signore - gli anziani di Israele con re Salomone fino a questo giorno.
In altre parole, se bisogna credere al Kebra Nagast, la faccenda era stata volutamente coperta. L'Arca era stata portata in Etiopia mentre era ancora in vita Salomone stesso, ma tutto ci che riguardava questa tragica perdita era stato messo a tacere, ed ecco perch non se ne faceva alcun cenno nelle Scritture.
Si trattava di un'eventualit pi che probabile. Era logico presumere che il monarca ebraico avesse cercato di tenere nascosta al volgo la perdita dell'Arca. Ci che invece non mi quadrava erano altri aspetti del Kebra Nagast, soprattutto la presunta origine etiope della regina di Saba, la sua storia d'amore con Salomone, la nascita del loro figlio Menelik, il trasporto in Etiopia dell'Arca da parte di quest'ultimo, e il fatto che tutto questo fosse avvenuto nel X secolo a.C.
1) Non vi erano apparenti giustificazioni all'audace affermazione del Kehra Nagast secondo cui la regina di Saba sarebbe stata etiope. Non era assolutamente da escludere che essa lo fosse (nelle sue Antichit degli Ebrei, per esempio, Flavio Giuseppe l'aveva definita la regina di Egitto ed Etiopia)3; ma gli storici non propendevano a credere che essa fosse partita dalle montagne abissine quando, come dice la Bibbia, viaggi alla volta di Gerusalemme con una lunghissima carovana, con cammelli che portavano spezie, e molto oro e pietre preziose.

2) Se gi era dubbio il legame tra la regina di Saba e l'Etiopia, ancora pi dubbia era l'esistenza stessa di suo figlio Menelik. Da qualchetempo sapevo che gli storici consideravano questo presunto fondatore della dinastia salomonide di Etiopia una figura puramente leggendaria- e in due anni di ricerche io non avevo raccolto alcun elemento che mi portasse a dar loro torto.
3) In particolare sembrava inconcepibile che una cultura avanzata e una monarchia centralizzata del tipo di quella descritta dal Kebra Nagast potesse esistere tra le montagne abissine nel x secolo a.C. All'epoca del regno di Salomone, aveva detto E.A. Wallis Budge, inativi del paese che oggi chiamiamo Abissinia erano dei selvaggi. Questa era la Visione ortodossa e le mie ricerche non mi autorizzavano a rigettarla, 
4) A contrastare un'interpretazione letterale del Kebra Nagast vi era poi una prova che io stesso avevo raccolto in Etiopia. Tra tutte le numerose tradizioni che avevo incontrato in quel paese, di gran lunga la pi genuina e la pi convincente era quella che affermava che l'Arca dell'Alleanza era stata portata prima al Lago Tana, dove era stata nascosta sull'isola di Tana Kirkos. Memhir  Fisseha, il sacerdote che avevo intervistato mi aveva detto che la reliquia era rimasta l per 800 anni prima di essere finalmente portata ad Axum al tempo della conversione dell'Etiopia al cristianesimo. Poich la conversione era avvenuta attorno al 330 d.C, ne consegue che, secondo la forte tradizione popolare preservata a Tana Kirkos, l'Arca deve essere arrivata in Etiopia verso il 470a.C, cio 500 anni dopo Salomone, Menelik e la regina di Saba.
Naturalmente il Kebra Nagast poneva anche altre difficolt: per esempio, come avrebbero fatto Menelik e i suoi compagni a portar via dal Tempio di Salomone un oggetto tanto prezioso e tanto pesante come l'Arca senza attirare l'attenzione degli zelanti leviti che sorvegliavano il tabernacolo?
Avevo anche altre riserve su questo testo, le quali, insieme a quelle prima citate, mi avevano costretto a concordare con gli esperti accademici, per i quali il Kebra Nagast era s un documento importante, ma doveva essere preso cum grano salis. Ma tutto ci, naturalmente, non significava affatto che io liquidassi completamente il grande poema; al contrario, sentivo che, come per molte altre leggende, era molto probabile che la sua elaborata sovrastruttura fantastica fosse stata costruita sopra un solido

fondamento di verit storica. In breve, mentre, pur a malincuore, rigettavo l'idea romantica di una storia d'amore tra Salomone e la regina di Saba, e l'audace ipotesi che l'Arca fosse stata rubata dal Tempio dal loro figlio Menelik, non vedevo ragioni per concludere che la reliquia non potesse essere stata portata in Etiopia attraverso qualche altro canale, creando cos un enigma che il Kebra Nagast avrebbe molto pi tardi spiegato nel suo modo originale e colorito. Non bisognava poi dimenticare che vari elementi sociali e culturali dell'Etiopia deponevano decisamente a favore della pista etiope nella ricerca dell'Arca, e, dal momento che ora sapevo che nessun'altra nazione o regione poteva vantare prove pi consistenti della presenza della reliquia, ero pi propenso che mai a credere che l'Arca si trovasse davvero in Etiopia. E tuttavia, restavano ancora da sistemare gli ultimi pezzi di questo intricato puzzle. Se la regina di Saba non era stata l'amante di Salomone e non gli aveva dato un figlio di nome Menelik come sosteneva la leggenda, allora chi aveva effettivamente portato l'Arca in Etiopia, e quando, e in che circostanze?
La signora protesta troppo, mi pare...
Nel cercare di rispondere a queste domande tenevo sempre presente la possibilit, gi proposta dal Kebra Nagast, che la sottrazione dell'Arca dell'Alleanza dal tabernacolo fosse una sorta di copertura - una congiura del silenzio che avrebbe coinvolto l'elite sacerdotale e il re. Ma, se non Salomone, quale re?
Proprio in quanto copertura, naturalmente, doveva risultare difficile da scoprire, e perci non mi aspettavo certo che ci che stavo cercando avesse un riscontro esplicito nell'Antico Testamento. Questo testo grandioso e complesso aveva mantenuto i suoi segreti per pi di duemila anni e non vi era alcuna ragione di sperare che li avrebbe svelati ora proprio a me.
Cominciai col registrare ogni singola citazione dell'Arca dell'Alleanza che comparisse nella Bibbia. Pur avendo a disposizione il meglio della dottrina sull'argomento, non fu un'impresa facile e, alla fine, ne risult un elenco lungo pi di 50 pagine. Stranamente, per - e significativamente - solo l'ultima pagina conteneva delle citazioni che si riferivano al periodo successivo alla morte di Salomone; tutte le altre riguardavano la storia dell'Arca durante le peregrinazioni nel deserto, la conquista della Terra Promessa, il regno di re Davide e il regno dello stesso Salomone.
La Bibbia, come ben sapevo, contiene una mescolanza di materiali provenienti da diverse scuole di scribi che coprono un periodo di centinaia d'anni. Molti dei riferimenti all'Arca sono assai antichi, ma ve ne sono anche di relativamente recenti: nessuna delle citazioni presenti nel primo libro dei Re, per esempio, data a prima del regno di Giosia (640-609 a.C.). Ci significa che il racconto della sistemazione dell'Arca nel Tempio di Salomone contenuta in 1 Re, anche se indubbiamente basata su antiche tradizioni orali e scritte, fu opera di sacerdoti che vissero molto tempo dopo questi avvenimenti. E le stesse osservazioni valgono per tutti i riferimenti presenti nel libro del Deuteronomio, poich anch'esso fu composto al tempo di re Giosia. Pertanto, se l'Arca era stata segretamente rimossa dal tabernacolo prima della distruzione del Tempio nel 587 a.C, era logico pensare che, se delle tracce esistevano di questa copertura, esse si trovassero nei libri dei Re e nel Deuteronomio, poich nel compilare questi testi gli scribi avrebbero avuto l'occasione di alterare i fatti per creare appunto l'impressione che la gloria non aveva abbandonato Israele.
In un attento esame di questi testi trovai un brano, nel capitolo 8 del primo libro dei Re, che appariva per certi versi a s stante, stranamente discordante dal resto della descrizione della grande cerimonia che aveva accompagnato la deposizione dell'Arca nel tabernacolo. Il brano recitava cos:
I sacerdoti portarono l'Arca dell'Alleanza del Signore al suo posto, nel santuario pi interno della casa, il luogo pi santo, sotto le ali dei cherubini. I cherubini aprivano le loro ali sopra l'Arca; essi formavano come un paravento sopra l'Arca e i pali per il trasporto. I pali fuoriuscivano e le loro estremit erano visibili dal luogo santo posto immediatamente davanti al santuario pi interno, ma da nessun altro posto al di fuori di questo; essi si trovano l ancora adesso.

Perch colui che aveva scritto questo passaggio biblico aveva ritenuto necessario affermare che i pali per il trasporto dell'Arca fuoriuscivano ancora, ai suoi tempi, dal santuario pi interno? Che cosa poteva voler dire una simile affermazione se non che la reliquia non si trovava affatto l al tempo in cui furono scritte queste parole (intorno al 610 a.C, secondo gli esperti)? Il tono decisamente difensivo faceva pensare a una di quelle dichiarazioni di innocenza che i colpevoli fanno talvolta per nascondere la verit. In breve, come la famosa signora nell'Amleto di Shakespeare, l'autore di 1 Re,  aveva sollevato i miei sospetti col suo troppo sospettare.
Mi fece piacere scoprire che non ero l'unico a pensarla cos. Nel 1928 l'illustre studioso biblico Julian Morgenstern era rimasto anch'egli colpito dalla stranezza delle parole si trovano l ancora adesso. La sua conclusione, espressa in un articolo erudito pubblicato nell'Annuario dell'Hebrew Union College, era che lo scriba aveva forse voluto:
Convincere i lettori che i pali dell'Arca, e quindi, ovviamente, l'Arca stessa, si trovavano nella parte pi interna del Tempio, anche se il popolo comune non poteva vederli, ne, se  per questo, poteva vederli qualcun altro che non fosse il Sommo Sacerdote, quando entrava nel tabernacolo una volta all'anno, in occasione dello Yom Kippur... Il fatto che sembra quasi che (lo scriba) si sia sentito costretto a sottolineare in questo modo che l'Arca si trovava ancora nel Tempio in quel periodo... indica che probabilmente egli doveva lottare contro un diffuso e persistente dubbio a questo proposito, un dubbio che con ogni probabilit era fondato su un fatto reale.
E non  tutto. Il verso successivo dello stesso capitolo del libro dei Re insisteva:
Nell'Arca non vi era nient'altro che le due tavole di pietra che Mos vi aveva deposto... le tavole del patto che Yahweh aveva stretto con gli israeliti quando essi erano usciti dalla terra d'Egitto; esse si trovano l ancora oggi.
E il libro del Deuteronomio, scritto nello stesso periodo, diceva pressoch la stessa cosa - le tavole di pietra vennero poste nell'Arca da Mos, e l sono rimaste da allora.

Secondo Morgenstern queste parole devono essere state inserite per qualche scopo specifico; e, dopo aver consultato il testo ebraico originale, egli concluse che questo scopo non poteva che essere quello di fornire:
Una diretta e positiva affermazione, che sembra quasi voler rispondere a un dubbio o a una domanda, che le tavole dei Dieci Comandamenti si trovavano ancora nell'Arca al tempo... dell'autore di questi versi.
Il Deuteronomio e il primo libro dei Re trattavano, naturalmente, periodi molto diversi della storia di Israele. Sostanzialmente, per - vale la pena di ripeterlo - erano stati scritti entrambi nello stesso periodo, corrispondente al regno di re Giosia, dal 640 al 609 a.C.
Sempre pi incuriosito, ripresi in mano il dattiloscritto in cui avevo elencato tutti i riferimenti biblici all'Arca. Ricordavo che erano ben pochi, in tutto l'Antico Testamento, quelli che si riferivano al periodo successivo alla morte di Salomone. Ora scoprii che in effetti erano solo due: uno era stato scritto durante il regno di Giosia; l'altro citava le parole dello stesso Giosia; ed entrambi si trovavano nell'ultima pagina del mio foglio.
Giosia e Geremia
Avevo gi incontrato la figura di Giosia nella mia ricerca. Mentre cercavo di stabilire quanto fossero antiche le usanze religiose degli ebrei neri d'Etiopia avevo appreso che era stato proprio durante il suo regno che l'istituzione del sacrificio si era definitivamente centralizzata a Gerusalemme ed era stata vietata in tutte le altre localit (vedi capitolo sesto). Poich i falasha praticavano ancora sacrifici in Etiopia (e avevano altari nei loro villaggi), avevo annotato nel mio taccuino di appunti la conclusione che i loro antenati dovettero convertirsi all'ebraismo in un tempo in cui era ancora accettabile che coloro che vivevano lontano dal santuario centralizzato nazionale praticassero sacrifici locali. Questo farebbe pensare che la conversione sia avvenuta prima del divieto istituito da re Giosia - cio non dopo il vn secolo a.C.

Le mie ricerche erano poi proseguite e avevano finito per toccare ambiti che non mi sarei-mai sognato di toccare quando avevo scritto queste parole, nel 1989, e adesso mi trovavo a dovermi confrontare con un'interessante serie di circostanze. Seduto nella mia stanza d'albergo a Gerusalemme nell'ottobre 1990 riaprii quindi il mio taccuino e annotai i seguenti punti:
1) In 1 Re 8 e nel Deuteronomio vi sono indizi di uno sforzofatto per convincere il popolo che l'Arca era ancora al suo posto nel Tempio; questo sembra piuttosto un tentativo di coprire la verit, cio che la reliquia in effetti non c'era pi.
2) I relativi brani furono scritti al tempo del re Giosia.
3) Da ci si potrebbe dedurre che l'Arca sia stata tolta dal Tempio durante il regno di Giosia; molto pi probabile, per, che la perdita fosse stata scoperta allora, ma che in realt fosse awenutamolto tempoprima. perch? perch Giosia era un fanatico riformatore checercava con ogni mezzo di enfatizzare l'importanza preponderante del Tempio a Gerusalemme - e perch la stessa ragion d'essere delTempio era quella di costituire una dimora per l'Arca dell'Alleanza del Signore. E quindi impensabile che un tale monarca avrebbepermesso che il pi grande simbolo della religione ebraica, il segno e il sigillo della presenza di Yahweh sulla terra, fosse portato via daltabernacolo. La logica deduzione, quindi,  che l'Arca debba esseresparita prima che Giosia arrivasse al potere, cio prima del 640 a.C.
4) Tra le usanze religiose dei falasha figurano i sacrifici locali, unapratica che fu vietata definitivamente durante il regno di Giosia. Sulla base di questo e di altri dati mi sono convinto che gli antenati dei falasha debbano essere emigrati in Etiopia prima del 640 a.C
5) Non ci sar un legame tra tutti questi elementi? E questopresunto legame sembrava convincente: l'Arca fu rimossa dalTempio prima del 640 a.C; gli antenati dei falasha emigrarono in Etiopia prima del 640 a.C: non era dunque ragionevole pensare che gli antenati dei falasha avessero portato con s l'Arca?
Mi sembrava un'ipotesi pi che logica. Tuttavia non precisava quanto prima del 640 a.C. si fosse verificata questa presunta emigrazione da Gerusalemme. Non si poteva neanche escludere del

tutto la possibilit che l'Arca fosse stata spostata durante il regno di Giosia; data la rinomata integrit religiosa e il tradizionalismo di quel monarca, questa ipotesi sembrava abbastanza remota, ma andava comunque considerata - se non altro perch, come gi sapevo (vedi il capitolo precedente), alcune leggende ebraiche le avevano fornito qualche valida argomentazione. Negli ultimi anni del suo regno, affermavano tali leggende, il re aveva previsto la distruzione del Tempio per opera dei babilonesi e aveva nascosto l'Arca Santa e tutti i suoi accessori al fine di salvaguardarli dalla dissacrazione per mano del nemico. Inoltre si credeva che egli - forse per un miracolo - avesse nascosto la reliquia nel suo stesso posto.
Ero pi sicuro che mai che l'Arca non era stata affatto sepolta sulla Montagna del Tempio - n in nessun altro posto della Terra Santa. E tuttavia dovevo ancora chiedermi: era possibile? Poteva Giosia aver previsto il destino del Tempio e aver preso provvedimenti per salvare l'Arca?
Esaminai a fondo questa eventualit ma dovetti concludere che, a meno che il monarca ebraico non possedesse delle vere e proprie doti di prescienza, non avrebbe mai potuto prevedere gli avvenimenti del 598-587 a.C. Egli mor nel 609 a.G, cinque anni prima che Nabucodonosor, colui che avrebbe distrutto Gerusalemme, ereditasse il trono di Babilonia. Inoltre, il predecessore di Nabucodonosor, Nabopolassar, non aveva mostrato alcun interesse militare nei confronti di Israele, concentrandosi piuttosto su azioni belliche contro Assiria ed Egitto.
Il retroterra storico del regno di Giosia non deponeva quindi a favore della teoria in base alla quale sarebbe stato proprio lui a nascondere l'Arca. Molto pi complicata, per, era l'ultima citazione vetero-testamentaria della sacra reliquia, che compare in un brano del secondo libro delle Cronache - un brano che descriveva la campagna di Giosia volta a restaurare i valori tradizionali legandoli al culto del Tempio:
Giosia rimosse tutti gli abomini tra tutti i tenitori che appartenevano ai figli di Israele... e fiss dei compiti per i sacerdoti, e... disse ai leviti che istruivano tutto Israele, e che erano santi presso il Signore: Mettete l'Arca Santa nella casa che costru Salomone, figlio di Davide, re di Israele; non sar un fardello sulle vostre spalle.

Compresi immediatamente che questi pochi versi, in particolare le parole riportate sopra in corsivo, erano di vitale importanza per la mia ricerca. perch? Semplicemente perch Giosia non avrebbe certo avuto bisogno di dire ai leviti di mettere l'Arca nel Tempio se essa fosse gi stata l. Da ci scaturivano due inevitabili conclusioni: 1) il re non poteva essere responsabile della rimozione della reliquia perch era chiaro che egli pensava che l'avessero presa coloro che tradizionalmente la portavano, cio i leviti; 2) si poteva ora collocare la data della scomparsa dell'Arca dal Tempio qualche tempo prima che Giosia pronunciasse questo suo discorso.
Ma a quando risaliva esattamente questo discorso? Fortunatamente il libro delle Cronache forniva una risposta molto precisa a questa domanda: Nel diciottesimo anno del regno di Giosia - cio nel 622 a.C.. Ci che invece le Cronache non dicevano, era se i leviti avevano poi obbedito all'ordine del re; anzi, n in questo libro n in nessun'altra parte della Bibbia vi era alcun accenno a questa reinstallazione dell'Arca nel Tempio, che presumibilmente avrebbe dovuto essere accompagnata da una fastosa cerimonia. Al contrario,  chiaro che l'ordine del re era rimasto lettera morta perch coloro a cui esso era diretto- non erano in condizione di obbedirgli.
Cronologicamente, come ho gi osservato, il discorso di Giosia conteneva l'ultimo riferimento all'Arca dell'Alleanza di tutto l'Antico Testamento. Ci avveniva nel libro di Geremia, in un capitolo composto dallo stesso Geremia nell'anno 626 a.C., e il riferimento assunse la forma di una profezia indirizzata al popolo di Gerusalemme:
E quando vi sarete accresciuti e moltiplicati nella vostra terra, allora - Yahweh che parla - nessuno dir pi Dov' l'Arca dell'Alleanza di Yahweh? Nessuno ci penser pi, n se ne ricorder, n la rimpianger o ne costruir un'altra. Quando verr il tempo, Gerusalemme sar chiamata: Il trono di Yahweh; tutte le nazioni si raduneranno l nel nome di Yahweh e nessuno seguir pi le indicazioni del proprio cuore ostinato.
Sapevo che, come di Giosia, anche di Geremia alcune leggende ebraiche - e il libro apocrifo dei Maccabei - dicevano che era stato lui a nascondere l'Arca, e che l'avrebbe fatto sul Monte Nebo immediatamente prima della distruzione del Tempio (vedi capitolo precedente). Le parole sopra citate, per, avevano un valore infinitamente pi grande, come testimonianza storica, delle leggende o degli Apocrifi, perch erano state pronunciate in una data precisa da una persona reale, Geremia stesso. Inoltre queste parole, poste nel contesto di tutte le altre cose che gi sapevo, rafforzavano l'impressione gi implicita nel discorso di Giosia, e cio che nel 622 l'Arca non era pi nel Tempio - anzi, spingevano indietro almeno al 626 a.C. la probabile data in cui essa era andata perduta. Dico almeno al 626 perch questo, come ho gi detto,  l'anno in cui Geremia aveva fatto la sua profezia. Era tuttavia chiaro che con quelle parole egli rispondeva, per lo meno in parte, a una certa angoscia che da tempo doveva essersi andata formando attorno alla perdita dell'Arca; era questa l'unica spiegazione possibile del verso in cui si diceva: E quando vi sarete accresciuti e moltiplicati nella vostra terra, allora... nessuno dir pi: "Dov' l'Arca di Yahweh?". Ci significa, ovviamente, che, nel 626 a.C, la gente si poneva questa domanda, e che probabilmente se la poneva da parecchio tempo: altrimenti Geremia non avrebbe avuto bisogno di fare questa precisazione.
Scoprii con molto piacere che, in questo giudizio, avevo il pieno sostegno di uno dei pi illustri studiosi biblici, il professor Menahem Haran dell'Universit ebraica di Gerusalemme, Nel suo autorevole trattato intitolato Templi e culto dei Templi nell'Antico Israele, l'insigne accademico aveva considerato il brano in questione ed era arrivato alla seguente conclusione:
Questo verso segue delle parole di consolazione e contiene a sua volta un messaggio di consolazione e di misericordia. Ci che il profeta promette qui  che nei giorni di prosperit che verranno non vi sar pi bisogno dell'Arca - sottintendendo che la sua assenza non causer pi alcun dolore. Naturalmente queste parole sarebbero completamente svuotate di ogni significato se l'Arca fosse stata... ancora nel Tempio a quel tempo.
Su questa base ritenni abbastanza prudente concludere che dovevo rivolgermi al periodo precedente al 626 a.C. se volevo avere qualche possibilit di stabilire la data precisa in cui l'Arca

era sparita. Pensavo poi che non valesse la pena di perdere tempo a studiare con attenzione i primi anni del regno di Giosia -cio dal 640 al 626 a.C. - perch, come gi sapevo, il re aveva cercato senza successo di reinstallare la reliquia nel Tempio nel 622, ed era quindi alquanto improbabile che fosse stato proprio lui a togliervela qualche anno prima. Il colpevole doveva essere uno dei suoi predecessori - uno qualunque dei 15 re che avevano retto Gerusalemme da quando Salomone aveva posto l'Arca nel tabernacolo nel 955 a.C..

Ricerca automatica
Dovevo dunque considerare un periodo di 315 anni: dal 955 a.C. fino all'avvento al trono di Giosia nel 640 a.C. In questo periodo Gerusalemme e il Tempio erano stati al centro di una complessa serie di avvenimenti. E bench parecchi libri della Bibbia descrivessero in lungo e in largo questi avvenimenti, l'Arca dell'Alleanza non era citata neanche una volta: tra Salomone e Giosia, come avevo gi accertato, la sacra reliquia era stata avvolta da una spessa coltre di silenzio.
Feci ricorso a un moderno sistema di ricerca per appurare quanto fosse spessa questa antica coltre di silenzio. Sulla scrivania della mia stanza d'albergo a Gerusalemme vi era una copia computerizzata della Versione autorizzata di re Giacomo della Bibbia, che avevo portato con me dall'Inghilterra. Sapevo che per il periodo che mi interessava non sarebbe servito a niente impostare un programma di ricerca automatica per le parole Arca o Arca dell'Alleanza o Arca di Dio o Arca Santa, o altri epiteti simili, perch essi non comparivano affatto. Avevo per un'altra possibilit, quella di ricercare espressioni che venivano generalmente associate con l'Arca in brani scritturali precedenti, oppure il nome di flagelli sul tipo di quelli normalmente causati dall'Arca.
Nel campo dei flagelli tentai con la parola lebbra, perch, nel capitolo 12 del libro dei Numeri, Mos aveva punito Miriam per aver criticato la sua autorit usando il potere dell'Arca per

farla diventare lebbrosa. Nel campo delle espressioni scelsi invece tra i due cherubini, perch si diceva che il Dio di Israele abitasse tra i due cherubini montati sul coperchio d'oro dell'Arca e perch, prima del regno di Salomone, questa formula era sempre stata usata in connessione con l'Arca e in nessun altro contesto.
Partii dalla parola lebbra. La Bibbia elettronica, naturalmente, si ferm subito al capitolo 12 del libro dei Numeri, dove si descriveva ci che era successo a Miriam. Dopodich, il termine appariva solo altre due volte in tutte le Scritture: nel secondo libro dei Re, dove vi era un riferimento del tutto irrilevante a quattro uomini lebbrosi seduti presso una porta nella citt israelita di Samaria, e nel secondo libro delle Cronache, dove invece compariva in un brano che sembrava molto interessante.
Questo brano - 2 Cronache 26 - descriveva come re Uzziah, che aveva regnato a Gerusalemme dal 781 al 740 a.C., trasgred al Signore suo Dio, e and al Tempio del Signore per bruciare incenso sopra l'altare dell'incenso. Subito il Sommo Sacerdote Azariah e alcuni dei suoi aiutanti si gettarono sul monarca cercando di dissuaderlo dal" compiere questo sacrilegio proprio all'entrata del tabernacolo:
E Uzziah era arrabbiato, e aveva in mano un incensiere per bruciare l'incenso: e mentre era arrabbiato con i sacerdoti, la lebbra cominci a salire sulla sua fronte davanti ai sacerdoti nella casa del Signore, davanti all'altare dell'incenso.
Sembra che Uzziah non sia proprio entrato nel tabernacolo (anche se il testo  piuttosto ambiguo su questo punto), ma vi si era certamente avvicinato molto. Inoltre egli aveva in mano un inceneritore metallico per l'incenso, e questa, fin da quando i due figli di Aronne erano morti ai piedi del Monte Sinai per aver offerto uno strano fuoco al Signore3*, era sempre stata una cosa pericolosa, da fare solo a debita distanza dall'Arca.
Su questa base, perci, pensai che vi fossero, almeno a un primo livello di indagine, degli elementi per concludere che le ulcerazioni da lebbra sulla fronte di Uzziah erano state forse provocate dall'esposizione all'Arca (e avrei scoperto pi tardi che anche altri la pensavano cos - un'illustrazione tratta da una Bibbia inglese del xvm secolo mostra chiaramente il povero re che sta in piedi davanti all'Arca proprio nel momento in cui viene colpito). Scrissi nel mio taccuino:
Se il flagello del monarca fu provocato dall'Arca, ci significa che essa si trovava ancora nel tabernacolo nel 740 a.C. (il regno di Uzziah termin quell'anno in seguito a ci che avvenne a lui). E questo restringe enormemente il campo, poich ne consegue che la rimozione della reliquia deve essere avvenuta nel secolo intercorso tra quella data e l'inizio del regno di Giosia, e cio tra il 740 e il 640 a.C.
Naturalmente sapevo bene che l'incidente occorso a Uzziah non aveva un grande valore come prova storica: era un indizio, ma non poteva bastare ad autorizzare la conclusione che l'Arca era ancora sicuramente nel Tempio nel 740 a.C. Se volevo esserne certo, avevo bisogno di qualche prova pi evidente - e trovai quello che cercavo quando feci la ricerca, automatica dell'espressione tra i due cherubini.
Come gi detto, nei brani biblici riferiti al periodo precedente il regno di Salomone, queste parole era state utilizzate esclusivamente in connessione con l'Arca, e in nessun altro contesto. Anche se era comunque necessario considerarne il contesto, sentivo quindi che ogni volta che queste parole fossero ricorse dopo la deposizione della reliquia nel Tempio, avvenuta nel 955'a. G, avrebbero rappresentato una prova che essa era ancora presente nel tabernacolo nella data - o nelle date - in cui tale espressione era stata utilizzata.
Il computer mi disse subito che l'espressione tra i due cherubini era stata citata solo sette volte in tutto il periodo post-salomonico.
Due di queste citazioni, Salmo 80,1 e Salmo 99,1, si riferivano chiaramente ai cherubini dell'Arca. Purtroppo, per, era impossibile dar loro una datazione precisa: non era del tutto escluso che risalissero all'epoca pre-salomonica, ma la maggior parte della dottrina riteneva che i versi interessati fossero stati composti

all'inizio della monarchia - cio durante la vita di Salomone o nel giro di un secolo dalla sua morte.
Le parole tra i due cherubini comparivano tre volte anche nel libro di Ezechiele, che era un'opera piuttosto tarda, scritta dopo il 593 a.C.. In questo contesto, per, tutte e tre le citazioni erano irrilevanti per la mia ricerca perch: a) i cherubini di cui si parlava erano stati visti da Ezechiele in una visione che gli apparve mentre era seduto nella sua casa; b) essi avevano quattro volti e quattro ali ciascuno, mentre i cherubini dell'Arca avevano un solo volto e due ali ciascuno; e) erano chiaramente creature viventi di taglia enorme, non le figurine relativamente compatte di solido oro che stavano l'una di fronte all'altra ai due lati del trono di Dio. Anzi, alla fine della visione di Ezechiele, i suoi cherubini sollevavano le loro ali e salivano dalla terra scomparendo dalla mia vista... e il suono delle ali dei cherubini era... simile alla voce di Dio Onnipotente quando questi parla.
Nella mia ricerca di riferimenti che potessero dimostrare la presenza dell'Arca nel Tempio di Gerusalemme in un determinato periodo, dunque, i cherubini di Ezechiele non erano di alcun aiuto e potevo tranquillamente ignorarli. Questo significava che di tutte le citazioni rintracciate dal mio computer, ne erano rimaste solo due che potevano interessarmi: una nel capitolo 37 del libro di Isaia, l'altra nel capitolo 19 del secondo libro dei Re. Entrambe raccontavano lo stesso evento, entrambe erano di grande importanza ed entrambe si riferivano chiaramente e indubbiamente all'Arca dell'Alleanza - anche se non la nominavano. Ecco che cosa dicevano (la prima a sinistra  la versione di Isaia, la pi antica delle due; l'altra  quella dei Re):

Ezechia and
nella casa del Signore,
e... preg il Signore, dicendo,
O Signore degli Eserciti,
Dio di Israele,
che dimori tra i due cherubini,
tu sei Dio,
tu solo,
tra tutti i regni della terra.
Ezechia and
nella casa del Signore
e... preg il Signore e disse,
O Signore
Dio di Israele,
che dimori tra i due cherubini,
tu sei Dio,
tu solo,
tra tutti i regni della terra.


Come il lettore avr senz'altro notato, i due brani non soltanto parlano dello stesso fatto, ma lo fanno quasi con le stesse parole; anzi, i versi del libro dei Re sembrano quasi ripetere alla lettera quelli di Isaia, e questi ultimi, come concordano gli esperti, erano stati scritti da Isaia stesso. E poich si sa molto della vita, dell'epoca e delle attivit di questo famoso profeta,  possibile collocare in una data abbastanza precisa questo suo racconto della preghiera di Ezechia al Dio di Israele che dimorava tra i due cherubini.
Isaia fu chiamato ad adempiere alla missione profetica nel 740 a.C. - proprio l'anno in cui re Uzziah mor dopo essere stato colpito da ferite da lebbra nell'incidente sopra descritto. Continu quindi il suo ministero attraverso i regni di Jotham, Ahaz ed Ezechia (rispettivamente 740-736 a.C, 736-717 a.C. e 716-687 a.C.).
Di importanza fondamentale per la mia ricerca era un fatto sul quale l'opinione accademica era unanime: il verso in cui il mio computer aveva segnalato l'espressione tra i due cherubini era stato scritto da Isaia nel 701 a.C. - l'anno in cui il re assiro Sennacherib aveva tentato, senza successo, di occupare Gerusalemme.
Anzi, era stato proprio su diretto consiglio di Isaia che Ezechia, il monarca giudeo, si era rifiutato di consegnare la citt agli assiri. Sennacherib aveva reagito con una lettera che minacciava morte e distruzione, ed Ezechia portava infatti con s questa lettera quando and alla casa del Signore, e preg il Signore dicendo: O Signore degli Eserciti, Dio di Israele, che dimori tra i due cherubini, tu sei Dio, tu solo, tra tutti i regni della terra.
La preghiera di Ezechia continuava cos:
Piega il tuo orecchio, o Signore, e ascolta; apri il tuo occhio, o Signore, e guarda: e senti tutte le parole di Sennacherib, che ha mandato per insultare il Dio vivente. In verit, Signore, i re di Assiria hanno saccheggiato tutte le nazioni e i loro tenitori... Ora perci, o Signore nostro Dio, salvaci dalla sua mano, che tutti i regni della terra sappiano che tu sei il Signore, tu solo.

Miracolosamente, il Signore acconsent. Anzitutto mand il suo profeta Isaia da Ezechia con questo messaggio:
Cos disse il Signore riguardo al re di Assiria: Egli non entrer in questa atta, non scaglier frecce, n si avviciner munito di scudi, n erger un muro contro di essa... Poich io difender questa citt per salvarla, per la mia propria salvezza5'.
Yahweh fece ci che aveva promesso. Quella notte stessa: .
Venne l'angelo del Signore, e colp nell'accampamento degli assiri 185.000 uomini: e quando si alzarono alle prime luci del giorno, ascolta, erano tutti corpi di morti. Cos Sennacherib re di Assiria se ne and.
Non vi  alcun dubbio sulla storicit di questi avvenimenti: gli assiri avevano effettivamente cinto d'assedio Gerusalemme nel 701 a.C. e poi avevano abbandonato la citt in tutta fretta ed erano fuggiti. Gli studiosi ritenevano che a determinare questo strano comportamento fosse stata un'improvvisa epidemia di peste bubbonica. Stranamente, per, non vi era alcun indizio che facesse pensare che qualche abitante di Gerusalemme avesse contratto anch'egli questa malattia tanto contagiosa. Nel contesto di tutto ci che avevo appreso finora, quindi, non potei fare a meno di chiedermi se in questo voltafaccia di Sennacherib non potesse esservi lo zampino dell'Arca dell'Alleanza: il massacro di massa che si era verificato nell'accampamento assiro sembrava avere molte analogie col tipo di miracoli che, in epoche precedenti, la reliquia aveva tanto spesso compiuto.
Ma questa non era che un'impressione, un sospetto. Li realt non avevo alcuna prova che attestasse che l'Arca era ancora nel Tempio nel 701 a.C. Diverso era invece il caso della genuina ed eloquente testimonianza di Isaia, secondo la quale re Ezechia aveva pregato per la liberazione di Gerusalemme il Dio di Israele, che dimora tra i due cherubini. Il monarca pronunci la sua preghiera all'interno del Tempio. Inoltre il primo verso del brano che contiene tale citazione conferma non solo che egli aveva portato con s la lettera di Sennacherib  come ho gi detto - ma anche che l'aveva aperta davanti al Signore. Nello stesso modo, anche se in un'epoca precedente, Salomone... venne a Gerusalemme e si mise davanti all'Arca dell'Alleanza del Signore... e porse offerte di pace. Nello stesso modo, anche se in un'epoca ancora precedente, Davide e tutta la casa di Israele suonarono davanti al Signore ogni sorta di strumenti fatti di legno di abete, e anche arpe, salteri, tamburelli, corni e cembali. E nello stesso modo, anche se in un'epoca precedente, il Signore scelse la trib di Levi, per portare l'Arca dell'Alleanza del Signore, per stare davanti al Signore ad officiare il suo culto, e per benedire il suo nome.
Per farla breve, il fatto che Ezechia abbia aperto la lettera di Sennacherib davanti al Signore e abbia poi pregato il Dio di Israele, che dimora tra i due cherubini rende quasi certo il fatto che l'Arca dell'Alleanza doveva essere ancora nel tabernacolo in quel momento. Non vi  altro modo di interpretare questo brano. E poich esso dimostra con tanta efficacia la presenza della reliquia nel Tempio molto tempo dopo il regno di Salomone, da anche un colpo mortale alla tesi del Kebra Nagast in base alla quale l'Arca era stata rubata da Menelik mentre Salomone era ancora vivo.
Non sapevo ancora bene se dovevo essere contento o meno di questa scoperta, poich provo sempre un leggero senso di depressione quando viene demolito un bel mito. E anche se speravo ancora di trovare conferme all'assunto principale del Kebra Nagast - che, cio, l'Arca era andata davvero a finire in Etiopia (anche se naturalmente non per mano di Menelik) - non avevo assolutamente idea di come fare per arrivare a questo.
Tornai a guardare con una certa tristezza la messe di articoli e testi di ricerca sparpagliati tutto attorno a me nella mia stanza d'albergo a Gerusalemme. La buona notizia, pensavo, era che la mia ricerca aveva compiuto molta strada. Mi ero convinto che l'Arca non era stata rimossa dal Tempio n durante n dopo il regno di Giosia, che aveva avuto inizio nel 640 a.C. Inoltre era ormai chiaro che essa era ancora al suo posto nel tabernacolo nel 701 a.C, la data della famosa preghiera di Ezechia. Restava quindi un periodo di 61 anni in cui collocare questa misteriosa scomparsa, e anche questo lasso di tempo poteva essere ulteriormente

ristretto. perch? perch sembrava evidente che Ezechia stesso non avrebbe mai permesso a nessuno di portar via la sacra reliquia, davanti alla quale aveva pregato con risultati tanto soddisfacenti.
Ezechia era morto nel 687 a.C. e Giosia era salito al trono nel 640 a.C. Tra loro vi furono solo due monarchi - Manasse (687-642 a.C.) e Amon (642-640 a.C.). Ne consegue che la perdita dell'Arca deve essere avvenuta durante il regno di uno di questi due re.

Il peccato di Manasse
Quando mi immersi nuovamente nei testi biblici, mi divenne subito evidente che la bilancia della colpevolezza pendeva decisamente dalla parte di Manasse, il quale venne punito senza piet dagli scribi perch:
Fece ci che era male alla vista del Signore, dopo l'abominio dei pagani... Poich egli... elev altari in onore di Baal... e ador e serv tutta la moltitudine del cielo. E costru altari nella casa del Signore... per tutta la moltitudine del cielo... E fece passare suo-figlio attraverso il fuoco, e... us incantesimi e tratt familiarmente con spiriti e stregoni: fece tanto male davanti al Signore che provoc la sua ira... E fece un'immagine scolpita del boschetto che aveva preparato nella casa della quale il Signore aveva detto a Davide e a Salomone suo figlio: In questa casa, e in Gerusalemme, che ho scelto tra tutte le trib di Israele, io metter il mio nome per sempre.
Che cos'era questa immagine scolpita del boschetto che Ma-nasse aveva fatto? E in quale punto del Tempio l'aveva messa?
Per rispondere alla prima domanda abbandonai temporaneamente la Versione autorizzata di re Giacomo della Bibbia (dalla quale  tratta la citazione sopra riportata) e mi rivolsi alla pi moderna Bibbia di Gerusalemme, la quale mi inform che l'immagine scolpita del boschetto era in effetti un'immagine incisa di Asherah, una divinit arborea pagana. La risposta alla seconda domanda era poi evidente: la casa in cui Yahweh aveva detto che avrebbe messo il suo nome per sempre era il tabernacolo del Tempio - il debir, la cella d'oro che Salomone aveva progettato... per contenere l'Arca dell'Alleanza di Yahweh.
Le conseguenze di ci che avevo appena appreso erano di enorme portata. Manasse, che aveva fatto ci che era male alla vista del Signore, aveva introdotto un idolo nel tabernacolo del Tempio. Nel compiere questo passo indietro verso il paganesimo era in effetti inconcepibile che egli avesse lasciato al suo posto l'Arca dell'Alleanza, poich l'Arca era il segno e il sigillo della presenza di Yahweh sulla terra e il simbolo ultimo della fede ebraica rigorosamente monoteistica. Era per improbabile che questo re apostata distruggesse la sacra reliquia: al contrario, con la sua predilezione per magia e incantesimi, avrebbe considerato questa soluzione come la pi imprudente da prendere. L'ipotesi pi verosimile, quindi, era che egli avesse ordinato ai leviti di togliere l'Arca dal Tempio prima di installare il suo Asherah nella parte pi interna del santuario. E i leviti devono essere stati ben felici di obbedire a quest'ordine: come fedeli servitori di Yahweh, avrebbero certo fatto tutto quanto era in loro potere per evitare la contaminazione di quello che consideravano il piedistallo del loro Dio - ed era difficile immaginare una contaminazione peggiore che dover dividere il tabernacolo con la statua di qualche divinit estranea. In quanto sacerdoti non erano certo in condizione di opporsi militarmente a un monarca potente come Manasse; perci il miglior modo di agire sarebbe stato proprio quello di piegarsi all'inevitabile e di trasportare l'Arca in un luogo sicuro.
Anche nella Bibbia si poteva leggere tra le righe qualche accenno al fatto che questo forzato allontanamento della reliquia dal Tempio era sfociato in una sorta di pubblica protesta contro il re, una protesta che egli aveva risolutamente soppresso. Si trattava solo di una mia supposizione, naturalmente, ma un'ipotesi di questo genere avrebbe contribuito a spiegare come mai si sia detto che Manasse aveva sparso sangue innocente... in quantit tale da inondare Gerusalemme da un'estremit all'altra.
E chiaro, comunque, che il regno di questo monarca venne

considerato, negli anni successivi, come una macchia, un'aberrazione, un vero e proprio abominio. Gli successe, nel 642 a.C, suo figlio Amon e dopo di lui, nel 640, sal al trono Giosia, lo zelante riformatore che fu famoso (e amato dagli scribi) per aver restaurato il culto tradizionale di Yahweh.
Perch Amon era rimasto cos poco tempo sul trono? perch, come spiega la Bibbia, egli aveva fatto:
Ci che  male alla vista del Signore, come aveva fatto Manasse suo padre. Ed egli percorse le stesse strade che suo padre aveva percorso, e serv gli idoli che suo padre aveva servito, e li ador... E i servi di Amon cospirarono contro di lui, e uccisero il re nella sua stessa casa... e il popolo di quella terra acclam re Giosia suo figlio al suo posto.
Giosia, per, aveva solo otto anni quando cominci a regnare e fu solo otto anni dopo, racconta la Bibbia, che mostr i primi segni della sua volont di seguire il Dio di Davide. Anzi, l'appassionata reazione del giovane re contro le colpe di Ma-nasse e Amon cominci solo nel dodicesimo anno del suo regno, quando - all'et di vent'anni - lanci una campagna per purgare Giuda e Gerusalemme dalle... immagini scolpite, e dalle immagini fuse.
Ed egli port il boschetto (Asherah) fuori dalla casa del Signore, e fuori da Gerusalemme, fino al ruscello Kidron, e lo bruci vicino al ruscello Kidron, e lo ridusse in polvere e poi gett la polvere nella terra per la sepoltura comune.
Davvero una reazione passionale! E oltretutto perfettamente databile: era stato nel 628 a.C, il dodicesimo anno del regno di Giosia, che l'odioso idolo di Manasse era stato definitivamente cacciato via dal tabernacolo. E tuttavia l'Arca non era stata certamente riportata dentro per sostituirlo: infatti, come gi sappiamo, Geremia risponder due anni dopo al popolo che continuava a lamentarsi per l'assenza della reliquia, e profetizzer la venuta di un tempo in cui la gente non avrebbe pi chiesto dov' l'Arca dell'Alleanza di Yahweh - un tempo in cui non vi sarebbe pi stato rimpianto per essa e non si sarebbe pi pensato di farne un'altra. Quattro anni dopo, Giosia stesso chieder ai leviti di riportare l'Arca nel Tempio, dicendo non sar un fardello per le vostre spalle.
Questo era avvenuto nel 622 a.C, il diciottesimo anno del suo regno, e non era un caso che proprio in quell'anno, avendo completato una lunga opera di epurazione in tutta la nazione, egli fosse ritornato a Gerusalemme e avesse ordinato di restaurare la casa del Signore suo Dio.
Il restauro era stato affidato a falegnami, costruttori e muratori. Ma il mistero  che i leviti non avevano potuto obbedire alla richiesta di Giosia di riporre l'Arca Santa nella casa che Salomone, figlio di Davide, re di Israele aveva costruito. Ero sempre pi sicuro che la soluzione di questo mistero doveva trovarsi in Etiopia, anche se non ero in grado di precisare esattamente come e perch.
Cercai intanto un sostegno accademico alla mia teoria secondo la quale doveva essere stato durante il regno di Manasse che l'Arca era andata perduta. E trovai questo sostegno in un autorevole trattato che avevo gi avuto occasione di consultare parecchie volte - Temples and Temple Service in Ancient Israel del professor Menahem Haran. Qui, in una breve sezione alla met circa del testo, lessi che:
In tutti i vari cambiamenti che si verificarono nel regno di Giuda, il Tempio di Gerusalemme non cess mai di servire esclusivamente come Tempio di Yahweh... Vi fu un solo periodo nella sua storia in cui venne temporaneamente privato della sua funzione originaria e per un breve periodo cess di essere il Tempio di Yahweh... Questo avvenne durante il regno di Manasse, che allest vasi per Baal... nella parte esterna del santuario e introdusse l'immagine di Asherah nel Santa Sanctorum del Tempio... Questo  l'unico avvenimento che pu spiegare la scomparsa dell'Arca e dei cherubini... Abbiamo motivo di credere che l'immagine di Asherah... sostitu l'Arca e i cherubini. Una cinquantina d'anni dopo, quando Giosia tolse Asherah dal Tempio e lo bruci nella valle del Kidron, riducendolo in polvere e dissacrando anche la polvere, l'Arca e i cherubini non c'erano pi.
Dopo aver fatto innumerevoli telefonate all'Universit ebraica, riuscii a contattare il professor Haran. Gli dissi che avevo letto il suo libro e che mi interessava molto la sua conclusione che l'Arca

dell'Alleanza potesse essere andata persa durante il regno di Ma-nasse. Poteva dedicarmi una mezz'ora per discutere su questo argomento? Egli mi rispose che sarebbe stato molto felice di farlo e mi invit ad andare a trovarlo a casa sua, nella via Alfasi di Gerusalemme. Haran era un uomo anziano ma robusto, con capelli grigi e corporatura solida, proprio l'immagine tipica dello studioso biblico, colto ma eminentemente pratico che si incontra tanto spesso in Israele. Gli raccontai qualcosa della mia ricerca e gli chiesi se era assolutamente certo che l'Arca fosse stata rimossa dal Tempio all'epoca di Manasse.
S, rispose con convinzione, ne sono certo, per quanto  possibile. E per questo che l'Arca non compare nella lunga lista di oggetti e tesori del Tempio che in seguito furono presi dai babilonesi. E devo aggiungere, in tutta modestia, che le mie opinioni sull'argomento non sono mai state confutate dalla dottrina.
Colsi l'occasione per fargli una domanda che mi tormentava da un po' di tempo: Se l'Arca fu portata via a causa dell'idolatria di Manasse, come spiega il fatto che le Scritture non accennino minimamente a questa perdita?.
Lo spiego in questo modo. Il racconto di questo episodio doveva riempire gli scribi di disgusto, di un sentimento talmente orribile che essi devono aver cercato in tutti i modi di astenersene. Perci credo che essi abbiano omesso deliberatamente di raccontare la perdita dell'Arca. D'altra parte, il loro sentimento di autentico orrore  evidente anche in quel poco che hanno scritto del regno di Manasse. Non riuscirono proprio a dilungarsi nella descrizione del fatto in s.
Non ha idea, chiesi poi, di che cosa pu essere accaduto alla reliquia dopo che fu portata via?.
Haran scosse la testa. Su questo non c' molto da ipotizzare: qualunque cosa sarebbe impossibile da provare. Posso solo dire che i sacerdoti di Yahweh non avrebbero mai permesso che l'Arca di Yahweh stesse nello stesso posto dell'idolo di Asherah.
Cos, pensa che la portarono da qualche altra parte? In un nascondiglio sicuro?.
Di nuovo Haran scosse la testa. Come le dico, non c' molto da ipotizzare su questo. Tuttavia  evidente da ci che sappiamo,

dalla Sacra Scrittura, che Gerusalemme stessa - anzi, tutto il paese - non era un luogo sicuro per coloro che si mantennero fedeli al culto di Yahweh durante il regno di Manasse.
Si riferisce al brano del libro dei Re che parla del sangue innocente versato?.
S. 2 Re 21,16. E non solo quello. Anche Geremia parla indirettamente dello stesso avvenimento quando dice "la tua spada ha divorato i tuoi profeti come un leone feroce". Non ho dubbi che qui il riferimento sia agli atti di Manasse e da questo deduco che alcuni profeti gli si opposero e che per questo furono massacrati. E infatti interessante notare, vede, che non si ha notizia di alcun profeta durante il regno di Manasse: Geremia venne subito dopo e altri, come Isaia, vennero subito prima. Questa interruzione fu il risultato delle persecuzioni e di una massiccia campagna contro il culto di Yahweh.
Il professore non volle spingersi oltre su questo argomento e rifiut categoricamente di addentrarsi in quella che evidentemente considerava pura speculazione, cio la discussione su dove l'Arca potesse essere andata. Quando gli dissi che a mio parere poteva essere stata portata in Etiopia, mi guard senza espressione per mezzo minuto e poi concluse: Sembra piuttosto lontano.

Un tempio sul Nilo
Quando me ne tornai in albergo, dopo aver parlato con Menahem Haran, mi sentivo confuso, quasi perso. Ero naturalmente entusiasta di aver ottenuto da lui la conferma che l'Arca era andata persa durante il regno di Manasse; ma adesso sembrava proprio che mi trovassi sull'orlo di un precipizio intellettuale. L'Etiopia era davvero piuttosto lontana da Gerusalemme e non vedevo alcuna ragione per cui i sacerdoti fedeli a Yahweh che avevano tratto fuori dal Tempio la sacra reliquia dovessero poi averla portata in un posto tanto distante.
Le date, inoltre, non corrispondevano. Manasse era rimasto sul trono a Gerusalemme dal 687 al 642 a.C, ma, secondo le tradizioni di Tana Kirkos, l'Arca era arrivata in Etiopia solo verso il 470 a.C.:vi era quindi un divario di circa 200 anni.
Analizzando meglio il problema capii che ci che dovevo fare era parlare con qualche etiope. E dove avrei potuto parlare con degli etiopi meglio che nello stato di Israele? Dopo tutto, decine di migliaia di falasha - che pretendevano la cittadinanza in base alla Legge del Ritorno - erano approdati qui negli ultimi dieci anni. Tra essi doveva sicuramente esservi qualche anziano, che manteneva ancora la memoria popolare del suo popolo e che avrebbe forse potuto aiutarmi a colmare l'abisso geografico e cronologico che mi si apriva davanti.
Mi informai presso l'Universit ebraica e qui mi diedero il nome di una certa Shalva Weil, una studiosa di antropologia sociale specializzata in comunit ebraiche lontane dalla madrepatria, che era considerata una specie di autorit nel campo della cultura falasha. Le telefonai a casa e, dopo essermi presentato, le chiesi se poteva indicarmi qualche membro della comunit falasha di Gerusalemme che fosse in grado di parlarmi con una certa autorevolezza delle antiche tradizioni sugli ebrei d'Etiopia.
L'ideale, rispose senza esitazione, sarebbe Raphael Hadane. E un sacerdote, uno dei pi anziani;  qui da alcuni anni ed  molto ben informato. L'unico problema  che non parla inglese, perci dovr cercare di vederlo quando c' suo figlio.
E come si chiama suo figlio?.
Yoseph Hadane. Arriv qui in Israele quando era ancora un ragazzo, all'inizio degli anni Settanta, e ora  un rabbino molto ben istruito. Parla correntemente l'inglese, perci potr fare da traduttore.
Per organizzare l'appuntamento ci vollero quasi tutti i miei ultimi due giorni di permanenza a Gerusalemme; alla fine, per, riuscii a incontrarmi con la famiglia Hadane presso il Falasha Ab-sorption Centre, che si trovava in un sobborgo a ovest della citt chiamato Mevasserit Sion. Qui trovai centinaia di etiopi, alcuni appena arrivati, altri residenti da tempo, e tutti vivevano in un centro di accoglienza, per molti versi fatiscente.
Raphael Hadane, il sacerdote falasha, vestiva il tradizionale shemma abissino e portava una lunga barba, mentre suo figlio,

il rabbino, era ben rasato e indossava un abito elegante. Sedemmo per un po' a bere un te a scambiarci frasi di circostanza, assediati dai bambini che giocavano ai nostri piedi e da parenti che andavano e venivano. Uno di questi ultimi per caso era nato e cresciuto nel villaggio di Anbober, che avevo visitato nel gennaio 1990 mentre mi recavo a Gondar.
Davvero Anbober esiste ancora?, mi chiese con un tono lamentoso. Sono cinque anni che ho lasciato la mia casa.
S che esiste, risposi, o almeno esisteva a gennaio. La popolazione sembrava composta soprattutto da donne e bambini, per.
Perch gli uomini sono emigrati per primi, per preparare un posto per le loro famiglie. Ha parlato con qualcuno?.
Gli dissi che avevo intervistato il sacerdote, Solomon Alemu, e tutti quelli che stavano attorno al tavolo sorrisero all'udire questo nome ben noto. Lo conoscono tutti molto bene, spieg Rabbi Hadane. La nostra  una societ piccola... e molto unita.
Accesi infine il registratore e cominciai l'intervista con il venerando padre del rabbino. In realt gran parte di ci che egli aveva da dire sulla cultura e sulla religione dei falasha mi era gi molto familiare; ma quando arrivai a quello che consideravo il punto fondamentale - e cio esattamente come e quando l'ebraismo era arrivato in Etiopia - egli disse qualcosa che mi fece rizzare le orecchie.
Gli avevo posto la solita domanda su Menelik e la regina di Saba, sperando, dopo la rituale ripetizione della storia del Kebra Nagast, di affrontare il problema della data in cui sarebbe avvenuto questo presunto viaggio di Menelik. Fui invece molto sorpreso di scoprire che Hadane rigettava completamente la leggenda: Alcuni di noi dicono che siamo discendenti degli israeliti che accompagnarono Menelik, ma personalmente io non ci credo affatto. Secondo le tradizioni che ho sentito da bambino, i nostri antenati erano ebrei che un tempo vivevano in Egitto, prima di venire in Etiopia.
Ma, lo interruppi, anche il Kebra Nagast dice questo. Dice che Menelik e i suoi compagni viaggiarono attraverso l'Egitto.
Non  questo che intendo. Dopo aver lasciato Israele, i nostri padri non si limitarono a viaggiare attraverso l'Egitto: si insediarono in quel paese per molto tempo - per centinaia d'anni. E l costruirono un tempio.
Mi chinai sul registratore: Un tempio? Dove costruirono questo tempio?.
Ad Assuan.
Molto interessante, pensai. Anche Solomon Alemu, il sacerdote di Anbober, mi aveva parlato di Assuan quando lo avevo intervistato a gennaio. E dopo quell'intervista mi ero recato in Egitto e lo avevo girato abbastanza, ma non mi ero spinto a sud fino ad Assuan: cominciavo ora a pensare che forse era stato un errore, perch se davvero l c'era un tempio, la cosa poteva rivelarsi della massima importanza. Infatti, poich la funzione del Tempio nell'ebraismo ortodosso era quella di racchiudere l'Arca dell'Alleanza, se effettivamente era stato costruito un tempio ad Assuan - e se questo era avvenuto dopo che l'Arca era stata portata via da Gerusalemme, le implicazioni erano ovvie.
Tuttavia, Hadane non fu in grado di precisarmi la data in cui questo tempio sarebbe stato costruito; tutto ci che seppe dirmi era che esso era durato per molto tempo ma che, alla fine, era stato distrutto.
Perch fu distrutto?.
Vi era una grande guerra in Egitto. Un re straniero che aveva catturato molti nemici venne in Egitto e distrusse tutti i templi degli egizi. Ma non distrusse il nostro tempio. E cos quando gli egizi videro che solo il tempio ebraico era rimasto in piedi, sospettarono che noi stessimo dalla parte degli invasori: perci cominciarono a combattere contro di noi e distrassero il nostro tempio e noi fummo costretti a fuggire.
E andaste in Etiopia?.
Non subito. I nostri padri passarono prima in Sudan, attraverso Meroe, dove rimasero per un po'. Ma furono cacciati da un'altra guerra. Allora si divisero in due: un gruppo se ne and seguendo il corso del fiume Tacazz, l'altro gruppo segu il Nilo. E in questo modo arrivarono in Etiopia, a Quara, nei pressi del Lago Tana. E l si sistemarono, e diventarono etiopi. E poich erano molto lontani da Israele, anche se erano rimasti in contatto con Gerusalemme per tutto il tempo trascorso in Egitto e in

Sudali, a quel punto persero tutti i contatti e Israele divenne per loro solo un ricordo.
Chiesi poi a Hadane se vi era qualche posto nella zona del Lago Tana che i falasha consideravano particolarmente importante o sacro.
Tre posti, rispose. Il primo, il pi importante,  Tana Kirkos, il secondo  Daga Stephanos, il terzo  Zegie.
Sgranai gli occhi: perch Tana Kirkos  il pi importante?.
Non so esattamente, ma tutto il nostro popolo lo considera sacro.
Come ultima domanda, ne feci una specifica sull'Arca: I cristiani d'Etiopia dicono di avere l'Arca dell'Alleanza ad Axum - l'Arca dell'Alleanza originale, quella che si dice abbia portato da Gerusalemme Menelik, figlio della regina di Saba e di re Salomone. Lei mi ha detto che non crede alla storia di Menelik. Ma crede che i cristiani d'Etiopia abbiano l'Arca, come affermano?.
Il nostro popolo crede, e io stesso credo, che l'Arca dell'Alleanza sia ad Axum. In effetti, alcuni anni fa, io e altri capi spirituali andammo ad Axum per cercare di vedere l'Arca. Eravamo molto interessati a questa tradizione e volevamo vedere l'Arca Santa. Andammo, quindi, e arrivammo ad Axum, alla chiesa di Santa Maria; ma non ottenemmo il permesso di entrare nella cappella dove si trova l'Arca, perch, ci dissero, se fossimo entrati l dentro saremmo morti. E cos dicemmo: "Va bene, ci purificheremo e poi entreremo a vedere". E cos facemmo, ci purificammo, ma ugualmente i sacerdoti cristiani non vollero farci entrare nella cappella, e cos dovemmo tornarcene a casa senza aver visto l'Arca. Ho sentito dire che la portano in pubblico una volta all'anno, alla festa del Timkat. Avreste avuto forse la possibilit di vederla se foste andati l per il Timkat.
Hadane rise con amarezza. L'ho sentito anch'io, ma non credo proprio che i cristiani portino fuori la vera Arca. Non lo farebbero mai, non la faranno vedere mai a nessuno, piuttosto useranno una copia. E sa perch? perch ci presero l'Arca molto, molto tempo fa e non vogliono restituircela. Ne sono gelosi. E perci la tengono sempre nascosta nella cappella, circondata

da sbarre, e nessuno potr mai avvicinarvisi eccetto colui che  designato come suo guardiano.
Quando infine lasciai il Falasha Absorption Centre a Mevasserit Sion e tornai verso il centro di Gerusalemme, avevo la testa traboccante di idee e domande. Di tutti gli ebrei etiopi con cui avevo parlato nel corso delle mie ricerche, Hadane si era dimostrato di gran lunga il pi lucido e il pi informato. La storia del suo tentativo di vedere l'Arca ad Axum mi aveva incuriosito, e la particolare importanza che egli attribuiva all'isola di Tana Kirkos era certamente molto significativa alla luce di ci che io stesso avevo appreso sul posto, durante il mio viaggio del novembre 1989. Ma ci che pi mi aveva interessato nelle sue risposte era l'accenno all'esistenza, in qualche remoto periodo della storia, di un tempio ebraico ad Assuan. Se vi era qualcosa di vero in questa storia, allora avrei senz'altro dovuto andare in questa citt dell'Alto Egitto, che si trova circa 200 chilometri a sud di Karnak e Luxor.
Tornato nella mia camera d'albergo, telefonai alla dottoressa Shalva Weil, l'antropologa sociale che mi aveva messo in contatto con Hadane.
Com' andata l'intervista?, mi chiese con cordialit.
Molto bene, grazie;  stata molto utile. Le sono grato per avermi indicato la persona.
Feci una pausa, alquanto imbarazzato. Mi sento sempre un po' stupido quando devo fare domande sciocche a personalit accademiche. Ma non vi era modo di aggirare l'ostacolo, e perci mi feci coraggio e domandai: Durante l'intervista, Hadane mi ha detto qualcosa riguardo a un tempio, un tempio ebraico, ad Assuan, in Egitto. So che quanto sto per dirle le sembrer un po' sciocco, ma ho imparato a non lasciar perdere completamente le tradizioni popolari senza averle prima verificate. Comunque, ci che voglio chiederle  questo: c' in effetti qualche possibilit che questo tempio sia davvero esistito?.
Certo che  esistito, mi rispose la studiosa. Era un tempio a tutti gli effetti, dedicato a Yahweh. Ma non era proprio ad Assuan; si trovava nell'isola di Elefantina, in mezzo al Nilo. Anzi, sono in corso proprio adesso degli scavi archeologici in quella zona.

E quest'isola... voglio dire...  lontana da Assuan?.
Non pi di 200 metri in linea d'aria. Ci vogliono cinque minuti per arrivarci in una feluca.
Perci Hadane aveva ragione quando parlava di un tempio ad Assuan?.
S, certamente.
Ma questo tempio ha qualcosa a che fare con i falasha? Hadane ha detto che lo avevano costruito i suoi padri.
 possibile, suppongo. La dottrina  divisa su questo argomento. La maggior parte di noi pensa che i falasha siano i discendenti di mercanti e altri coloni ebrei che arrivarono in Etiopia dal sud dell'Arabia. Ma alcuni accademici pensano che essi discendano dagli ebrei che scapparono da Elefantina.
Scapparono? perch?.
Il loro tempio fu distrutto - all'incirca nel V secolo a.C, credo -, dopodich la comunit ebraica che viveva sull'isola scomparve. E un mistero, in effetti, essa si disperse completamente. Ma io non sono un'esperta... posso indicarle dei testi, se vuole.
Ringraziai la dottoressa Weil per la sua offerta, scrissi la breve bibliografia che mi forn, quindi la salutai. Mi sentivo elettrizzato: era stato dunque nel v secolo a.C, proprio come dicevano le tradizioni di Tana Kirkos, che l'Arca dell'Alleanza era arrivata in Etiopia. Ora sapevo anche che un tempio ebraico che si trovava nell'alto Nilo era stato distrutto nello stesso secolo. Non era allora possibile che quel tempio fosse stato costruito 200 anni prima per contenere l'Arca dopo che essa era stata portata via da Gerusalemme durante il regno di Manasse?
Dovevo assolutamente scoprirlo e perci lasciai Israele il giorno dopo - non alla volta di Londra, come avevo originariamente progettato, ma alla volta dell'Egitto.


Capitolo Sedicesimo LA PORTA DEI PAESI DEL SUD

Assuan  situata sulla riva orientale del Nilo in un punto approssimativamente equidistante da Israele e dai confini settentrionali dell'Etiopia. In posizione strategica tra il mondo africano e quello mediterraneo, essa trae il suo nome dalla parola greca Seyene, che  a sua volta una modificazione dell'antico egiziano Swenet, che significa colei che fa affari. Nell'antichit la citt godeva di una fortunatissima posizione al centro di una doppia arteria commerciale, attraverso la quale i manufatti prodotti dall'avanzata civilt egizia andavano verso sud, mentre spezie, sostanze aromatiche, schiavi, oro e avorio provenienti dall'Africa sub-sahariana si dirigevano a nord. Ed  proprio quest'ultimo bene, l'avorio, che dava il nome all'isola alla quale ero interessato, poich Elefantina (che si trova nel mezzo del Nilo, proprio di fronte ad Assuan) si chiamava un tempo semplicemente Abu, o Terra dell'Elefante.
Alla reception del New Cataract Hotel di Assuan chiesi di Elefantina e in particolare del suo tempio ebraico. Shalva Weil mi aveva detto che esso era stato distrutto nel v secolo a.C, ma aveva anche detto che erano attualmente in corso degli scavi archeologici, perci speravo molto che magari vi fossero delle rovine da visitare.
L'aver pronunciato la parola ebraico non mi fece certo guardare di buon occhio dal personale dell'albergo: bench infatti Egitto e Israele avessero recentemente ripristinato relazioni diplomatiche abbastanza buone, era evidente che i popoli dei due paesi confinanti erano ancora idealmente divisi da tutto il

sangue che era scorso in passato. Alla fine, per, riuscii a ottenere la seguente frase sibillina dalla persona che mi stava davanti al di l del tavolo: Molti templi a Elefantina - egizi, romani, forse ebraici... Non so. Pu andare l, fare un giro in feluca, e vedere. Comunque ci sono degli archeologi l, degli archeologi tedeschi. Chieda di Mr. Kaiser.
Mr. Kaiser, eh - pensavo mentre uscivo dall'albergo e affrontavo la calura esterna - che bella storia!

Indiana Jones
Dopo un breve viaggio in feluca fino a Elefantina, mi indicarono un edificio sulla costa occidentale dell'isola dove, mi dissero, vivevano i tedeschi. Bussai alla porta e un cameriere africano con addosso un fez rosso mi fece entrare. Senza farmi domande mi condusse lungo un corridoio le cui pareti erano coperte, dal pavimento al soffitto, di scaffali di legno pieni di frammenti rotti di ceramica e altri manufatti. Poi fece per andarsene.
Io tossii: Mi scusi, ehm, sto cercando Mr. Kaiser. Potrebbe chiamarlo, per favore?.
Il cameriere si ferm, mi diede una strana occhiata e poi usc, sempre senza dire niente.
Passarono circa-cinque minuti, durante i quali me ne rimasi l in piedi, in uno stato di sovraeccitazione; poi... apparve alla porta Indiana Jones. O meglio, non proprio Indiana Jones, ma una specie di sosia di Harrison Ford. Era un tipo alto e muscoloso, con un cappello Panama sulla testa, uno sguardo penetrante e una barba vecchia di parecchi giorni; un bell'uomo, nel complesso.
Feci uno sforzo per non prorompere in un: Mr. Kaiser, suppongo, e chiesi invece meno teatralmente:  lei Mr. Kaiser?.
No. Io mi chiamo Cornelius von Pilgrim. Si mosse verso di me e, mentre mi presentavo, mi porse una mano forte e abbronzata dal sole, che io strinsi con entusiasmo.
Sto visitando Elefantina, spiegai, a causa di un mio progetto. Mi interessano gli scavi archeologici del tempio, qui.
Ah, ah!.

S. Vede, sto facendo delle ricerche su un mistero di carattere storico... la perdita... voglio dire, la scomparsa dell'Arca dell'Alleanza.
Ah, ah!.
Sa che cosa intendo per Arca dell'Alleanza?.
Cornelius von Pilgrim aveva assunto un'espressione che non potrei definire altro che vitrea. No, rispose seccamente.
Parla inglese, vero?, domandai; volevo esserne certo.
S. Abbastanza bene.
Ottimo. Allora, vediamo. L'Arca. Ha sentito parlare di Mos, vero?.
Fece cenno di no con la testa.
E i Dieci Comandamenti, incisi sulle tavole di pietra?.
Altro cenno di diniego.
Beh, l'Arca dell'Alleanza era la cassetta fatta di legno e oro in cui vennero messi i Dieci Comandamenti. E... ehm... io la sto cercando. Cornelius von Pilgrim non sembr particolarmente impressionato. Poi disse, senza la minima traccia di umorismo: Ah, ah! Come Indiana Jones, vuoi dire?.
S, esattamente. A ogni modo, la ragione per cui sono qui a Elefantina  che so da una fonte autorevole che c'era un tempio ebraico qui. Io penso che l'Arca, in qualche modo, sia stata portata in Etiopia in un'epoca molto antica, e sto valutando la possibilit - o magari l'evidenza archeologica - che essa possa essere giunta qui, prima di arrivare in Etiopia. Vede, io penso che sia stata rimossa da Gerusalemme nel VE secolo a.C; perci la domanda : che cosa accadde nei successivi 200 anni?.
Lei chiede, cio, se  possibile che in questi due secoli l'Arca sia stata tenuta nel tempio ebraico su quest'isola?.
Esatto. Spero infatti che lei e la sua squadra abbiate scavato attorno al tempio. Se  cos, le sarei grato se volesse dirmi ci che avete trovato.
Cornelius von Pilgrim si tolse il cappello prima di demolire le mie speranze. S, disse dopo una pausa piuttosto lunga, ma nel sito che le interessa non c' niente da vedere. Pensavamo che potesse esservi qualche altra cosa... sotto le rovine del tempio romano che venne poi costruito sopra quello ebraico. Ma

ora abbiamo scavato fin dove era possibile tra le fondamenta, e non c' nulla, assolutamente nulla.  un dato di fatto che vi era un notevole insediamento ebraico qui tra il vn e il V secolo a.C, ma non esiste pi nulla, dal punto di vista archeologico, a parte alcune case del popolo. Tutto qui, temo.
Cercando di ignorare l'immensa sensazione di depressione che mi aveva appena invaso, domandai: Ma se non resta niente del tempio, come fa a essere certo che esistesse?.
Oh, questo non  un problema, non vi sono dubbi al riguardo. Per un certo periodo vi fu una stretta corrispondenza tra quest'isola e la citt di Gerusalemme. Le missive erano scritte su "ostraca" - pezzi di coccio - e su rotoli di papiro. Molti sono stati trovati e tradotti e gran parte di essi fa riferimento specificamente al Tempio di Yahweh a Elefantina. Tutta la faccenda  ben documentata storicamente e grazie a questo sappiamo, con un'approssimazione di pochi metri, dove si trovava esattamente il tempio, e quando fu distrutto - nel 410 a.C. - e sappiamo anche che il successivo tempio romano fu costruito proprio nel punto in cui prima sorgeva quello ebraico. E tutto molto chiaro.
Perch fu distrutto il tempio ebraico?.
Guardi... io non sono un esperto in questa materia. Mi interesso in particolare dei resti del secondo millennio a.C. - ben prima del suo periodo. Per avere maggiori informazioni deve parlare con un mio collega che si occupa in special modo della colonia ebraica. E Mf. Achim Krekeler.
Ed  qui ora?.
Purtroppo no. E al Cairo, ma torner domani. Lei sar ancora qui domani?.
S. Voglio dire... non ho molto tempo. Devo tornare in Inghilterra. Ma posso aspettare fino a domani.
Bene. Le consiglio allora di tornare domani, nel pomeriggio, diciamo verso le tre, e vedr Mr. Krekeler. Nel frattempo, se vuole, sarei felice di mostrarle dov'era la colonia ebraica... e il sito del suo tempio. Accettai la gentile offerta di von Pilgrim, e mentre camminavamo gli chiesi chi patrocinava gli scavi.
Noi facciamo parte dell'Istituto archeologico tedesco di Berlino, rispose. Lavoriamo qui da parecchi anni.

Eravamo arrivati ai piedi di una collinetta. Su una vasta area del pendio davanti a noi si estendeva un labirinto di macerie^ in mezzo alle quali delle mura di pietra parzialmente ricostruite rivelavano i contorni di stanze, case e strade. Questa, disse von Pilgrim, era la parte della vecchia citt di Elefantina dove viveva la comunit ebraica.
Cominciammo a salire, facendoci strada con molta attenzione tra le rovine. Quando arrivammo in cima io ero ormai senza fiato - e tuttavia mi era passata quella depressione che mi aveva assalito poco prima. Anche se non sapevo spiegare esattamente perch, sentivo che questo posto aveva qualcosa... qualcosa di allusivo ed evocativo che parlava di giorni antichi e storie nascoste.
Cornelius von Pilgrim mi aveva condotto al punto pi alto dell'isola di Elefantina. Il tempio ebraico, disse, era proprio qui, sotto il punto in cui siamo ora.
Indicai una massiccia colonna rotta che si trovava proprio davanti a noi e alla nostra destra e gli chiesi che cosa fosse.
Parte del tempio romano di cui le ho parlato.  un dato di fatto che qui si sono succeduti nel tempo numerosi templi, dedicati agli di delle varie potenze straniere che occuparono l'Egitto nel primo millennio a.C. Spesso, anzi, gli architetti di questi templi riutilizzavano i materiali delle costruzioni precedenti. Ed  proprio per questo, credo, che il tempio ebraico  scomparso in maniera cos totale. Deve essere stato distrutto, raso al suolo, forse bruciato, e le sue macerie devono essere state poi incorporate nelle mura del tempio successivo.
Le ho chiesto prima perch il tempio ebraico fu distrutto. Non mi ha risposto....
In linea generale pensiamo che vi fosse un problema tra i membri della comunit ebraica e gli egizi residenti sull'isola. Vede, c'era anche un tempio egizio....
Nello stesso posto?.
No, ma abbastanza vicino. Quello egizio, che era pi antico, era l, - e indic con la mano in direzione di un'altra massa di macerie - se ne sono trovati alcuni resti. Era dedicato al dio Khnum, un dio con una testa da ariete, come mostrano tutte le sue raffigurazioni. E da questo deduciamo che

possa essersi creata una forte tensione tra i sacerdoti ebrei e quelli egizi.
Perch tensione?.
Beh,  evidente. E notorio che gli ebrei qui praticavano sacrifici e che quasi certamente sacrificavano arieti:  chiaro che questo non doveva rendere troppo felici i sacerdoti di Khnum. Si pu quindi ipotizzare che ad un certo punto essi abbiano attaccato gli ebrei e li abbiano forse massacrati, oppure espulsi dall'isola, e che poi abbiano distrutto il loro tempio.
E tutto questo sarebbe avvenuto nel 410 a.C.?.
S. Esatto. Ma per maggiori dettagli deve rivolgersi ad Achim Krekeler.

L'anello mancante?
Ritornai il pomeriggio seguente, come mi aveva suggerito von Pilgrim, dopo aver trascorso una notte insonne e una mattinata intera ripensando a tutto ci che avevo appreso e cercando di individuare una logica negli avvenimenti e di arrivare a un tentativo di conclusione.
Il risultato di tutta questa opera di riflessione - anche prima di incontrarmi con Krekeler - fu quello di fissarmi nella mente l'idea che il tempio ebraico di Elefantina costituisse davvero l'anello mancante della catena di indizi che avevo raccolto negli ultimi due anni. Se avevo ragione, e se un gruppo di leviti aveva effettivamente lasciato Gerusalemme con l'Arca dell'Alleanza durante il regno diManasse, difficilmente avrebbero potuto scegliere un luogo pi sicuro. Qui erano ben al di fuori del raggio d'azione del malvagio monarca ebraico che aveva fatto entrare un idolo nel tabernacolo; inoltre, poich avevo accertato la relazione tra la cerimonia dell'Arca e la festa di Apet (che si teneva ogni anno a Luxor, a soli 200 chilometri di distanza verso nord - vedi capitolo dodicesimo), mi sembrava che quest'isola dell'Alto Egitto potesse anche essere vista dai sacerdoti fuggitivi come un luogo estremamente appropriato: circondati da ogni lato dalle acque sacre del fiume Nilo, non si sarebbero sentiti come se fossero tornati alle loro radici?

Tutto ci era frutto ell'immaginazione; ci che era- certo, invece, era che un tempio ebraico era stato effettivamente costruito l, proprio nel momento giusto per accogliere l'Arca dopo che essa era stata portata via dal tabernacolo a Gerusalemme. Era anche certo che questo tempio era stato poi distrutto nello stesso secolo in cui - secondo le tradizioni di Tana Kirkos - l'Arca era stata portata in Etiopia. E non ero molto preoccupato dal fatto che la data di distruzione del tempio di Elefantina - 410 a.C. - avesse uno scarto di 60 anni dalla data che io avevo calcolato per l'arrivo dell'Arca a Tana Kirkos (470 a.C): era certo possibile che, nel corso di ben 25 secoli (dal v a.C. al XX d.C), le tradizioni orali etiopi sulle quali avevo basato il mio calcolo si fossero dilatate di una sessantina d'anni.
Fu quindi all'insegna dell'ottimismo che mi presentai di nuovo alla sede dell'Istituto Tedesco di Archeologia per andare a incontrarmi con Achim Krekeler. Questi era un uomo alquanto tarchiato, cordiale, sui 35 anni, e parlava un buon inglese; lo trovai intento ad esaminare alcuni frammenti di papiro antico che, mi spieg, andavano maneggiati con grande attenzione perch erano estremamente fragili.
E sono papiri come questi che hanno fornito la prova principale dell'esistenza del tempio ebraico?.
S, e anche della sua distruzione. Dopo il 410 a.C. furono mandate numerose lettere a Gerusalemme per descrivere ci che era successo e per chiedere fondi e permessi per un'eventuale ricostruzione.
Ma il tempio non fu mai ricostruito, vero?.
No, decisamente no. Anzi^ la corrispondenza si interrompe bruscamente intorno al 400 a.C. Dopo questa data sembra che la comunit ebraica abbia lasciato Elefantina.
Non sa che cosa sia accaduto?.
No. Non proprio. Ma  chiaro che avevano da tempo dei problemi con gli egizi. Probabilmente furono costretti a partire.
E non sa dove andarono?.
Non  stato mai trovato niente a questo proposito.
Spiegai per sommi capi a Krekeler il mio interesse nei confronti dell'Arca dell'Alleanza e anche la mia sensazione che essa potesse essere arrivata in Etiopia attraverso Elefantina. Gli chiesi quindi se pensava che potesse esservi qualche possibilit che la sacra reliquia fosse stata portata sull'isola.
Certo che  possibile. Tutto  possibile. Ma avevo sempre creduto che l'Arca fosse andata distrutta durante l'incendio del Tempio di Gerusalemme per opera dei babilonesi.
Questa  la teoria ortodossa. Ma io sono praticamente sicuro che essa fu portata via qualche tempo prima - nel vn secolo a.C, durante il regno di Manasse. Perci, una delle informazioni che mi auguro lei sia in grado di darmi con una certa precisione  la data in cui fu costruito il tempio qui a Elefantina.
Ho paura che non esista una data precisa. Le opinioni sono diverse al riguardo. Ma personalmente non avrei alcuna difficolt ad accettare l'ipotesi che esso sia stato costruito nel vn secolo a.C. Anche altri studiosi lo pensano.
E ha idea di come doveva esser fatto questo tempio? So che non avete trovato nessun materiale, ma forse attraverso i papiri avrete potuto farvene un'idea.
S, qualcosa c'. Non abbiamo trovato nessuno scritto sacro, ma disponiamo di parecchie informazioni sull'esterno del tempio. Possiamo dare per certo che aveva delle colonne di pietra, cinque portoni anch'essi di pietra e un tetto di legno di cedro.
E non c'era un tabernacolo?.
Presumibilmente s. Era un edificio grosso, un vero tempio. Ma non possiamo dire con precisione se c'era o no un tabernacolo. Continuammo a parlare ancora per un'oretta; poi Krekeler mi disse che purtroppo aveva poco tempo, che doveva ritornare al Cairo l'indomani e che aveva ancora molte cose da fare. Posso prestarle due tra le migliori pubblicazioni accademiche su Elefantina, mi offr, purch prometta di riportarle domani. Vi trover una sintesi dei risultati delle principali ricerche effettuate da studiosi di diversi paesi dall'inizio del secolo.
Me ne tornai dunque in albergo portandomi dietro i pesanti volumi che Krekeler mi aveva dato. Mi sentii presto ripagato della lunga notte che passai a studiarli.

L'Arca ad Elefantina
Ecco ci che appresi sul tempio ebraico di Elefantina - i punti pi importanti ai fini della mia ricerca, come li registrai sul mio fedele taccuino: Il tempio, come mi aveva detto Krekeler, doveva essere un edificio di mole considerevole. I papiri contenevano parecchie informazioni su di esso e gli archeologi avevano concluso che esso doveva misurare circa 27, 5 metri di lunghezza per poco pi di 9 metri di larghezza, corrispondenti, nell'antica unit di misura, a 60 cubiti per 20 cubiti. E interessante notare che la Bibbia da esattamente le stesse dimensioni per il Tempio di Salomone a Gerusalemme.
2) Il tetto del Tempio di Elefantina era fatto di legno di cedro, e cos pure il Tempio di Salomone.
3) Sembra, quindi, che il Tempio di Salomone abbia fatto da modello per il Tempio di Elefantina. E poich il primo era stato originariamente costruito per ospitare l'Arca dell'Alleanza, non  verosimile che ci valga anche per il secondo?
4) Presso il Tempio di Elefantina si praticavano abitualmente sacrifici animali - compreso l'importantissimo sacrificio di un capretto comerito di apertura della settimana della Pasqua ebraica. Questo  molto significativo poich indica che la comunit ebraica deve essereemigrata a Elefantina prima delle riforme di re Giosia (640-609 a.C),che vietarono definitivamente i sacrifici ovunque, eccetto che presso il Tempio di Gerusalemme (un divieto che venne poi rispettato perfino dagli esuli durante la prigionia babilonese). A Elefantina, invece,quello del sacrificio continu a essere un rituale importante per gli ebrei anche nel vi e V secolo a.C.. Poich questi ebrei intrattenevano una regolare corrispondenza con Gerusalemme, senza dubbio dovevanoessere a conoscenza del divieto imposto da Giosia; eppure continuarono a compiere sacrifici, come se sentissero di avere unaspeciale autorit per farlo: naturalmente, l'eventuale presenza dell'Arca dell'Alleanza nel loro tempio avrebbe fornito loro tutta l'autorit di cui avevano bisogno.
5) E importante sottolineare che gli ebrei di Elefantina credevano fermamente alla presenza fisica di Yahweh nel loro tempio: numerosi papiri affermano in maniera inequivocabile che egli dimorava l. Nell'antico Israele (e durante le peregrinazioni nel deserto) sicredeva che Yahweh si trovasse dovunque si trovava l'Arca, e questa credenza perdur finch non venne riconosciuta la perdita della reliquia. Pertanto, quando gli ebrei di Elefantina parlavano di Yahweh come di una divinit fisicamente presente in mezzo a loro, potevano benissimo riferirsi all'Arca.
6) Gli ebrei di Elefantina parlavano spesso della divinit presente nel loro tempio come del Signore degli Eserciti o Yahweh degli Eserciti. Secondo gli studiosi si tratta di una espressione molto arcaica,che veniva spesso utilizzata in associazione con l'Arca (peresempio, nel periodo precedente alla costruzione del Tempio di Salomone il popolo mand a dire a Shiloh se si poteva portar via di li
. l'Arca del Signore degli Eserciti).
7) Tutti i fattori sopra elencati avvaloravano l'ipotesi che l'Arca fosseeffettivamente nel Tempio di Elefantina - e, anzi, che la sua presenza sull'isola possa aver rappresentato la ragione stessa della costruzione del tempio. Krekeler aveva ragione a dirmi che non era ancora stata stabilita la data esatta della costruzione, ma dalla letteratura si evince che gli studiosi che analizzarono i papiri lavorarono molto su questopunto. Essi hanno accertato che fin dall'inizio del vn secolo a.C. viera una consistente comunit ebraica sull'isola di Elefantina, composta per lo pi da mercenari assoldati dagli egizi. E questi soldati ebrei, con le loro famiglie, avrebbero costituito un'ottima base sociale per il culto del tempio. Per questa e altre considerazioni, gli esperti tendevano a collocare la data di costruzione del Tempio di Elefantina intorno al 650 a.C..
8) Al lettore non sfuggir certo il significato di questa data, che cade proprio durante il regno di Manasse - il re che introdusse un idolo nel tabernacolo del Tempio di Gerusalemme, costringendo cos a togliere l'Arca (il compito fu svolto probabilmente da sacerdoti che rimasero fedeli al culto tradizionale di Yahweh). E stato gi abbastanza difficile stabilire che fu proprio questa l'epoca in cui la sacra reliquia venne portata via - ma ora si deve prendere atto del fatto che laBibbia non fornisce alcun indizio che aiuti a individuare il luogo doveessa fu portata (nemmeno il professor Menahem Haran era in grado di avanzare alcuna ipotesi su che cosa potesse esserle accaduto una volta lasciata Gerusalemme).
9) Le autorit accademiche che studiarono i papiri di Elefantina, e che arrivarono a stabilire la data del 650 a.C. per la costruzione del tempio, non sapevano, chiaramente, che con tutta probabilit l'Arca era sparita da Gerusalemme durante il regno di Manasse. Se lo avessero saputo, non avrebbero avuto difficolt a tirare le somme. Erano ben al corrente, invece, della tremenda offesa causata dalle innovazioni pagane del monarca, e avevano concluso che questa offesa era l'unica possibile spiegazione della costruzione, altrimenti inspiegabile, di un tempio ebraico a Elefantina. Il regno di Manasse fu accompagnato da un grande spargimento di sangue e si pu presumere che sacerdoti e profeti si siano opposti alla sua opera di paganizzazione. Alcuni sacerdoti fuggirono in Egitto, si unirono alla guarnigione di mercenari ebrei a Elefantina, e l costruirono il tempio.
10) Quelle sopra citate sono parole di Bezalel Porten, autore dell'importante studio 
Archivi da Elefantina. 
Porten, tuttavia, era perplesso di fronte al fatto stesso che un tempio ebraico sia stato costruito aElefantina, a causa del concetto, profondamente radicato nella mentalit ebraica, che il suolo straniero sia impuro e che, quindi, non potrebbe mai esservi eretto un Tempio in onore del Signore. Egli sottolineava che, dopo la distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme,gli ebrei furono portati in esilio a Babilonia dove Geremia raccomand loro di stare tranquilli e pregare (non sacrificare) ilSignore. Lo stesso autore aggiungeva poi: Non vi  alcun indizio che faccia pensare che gli ebrei abbiano costruito un Tempio in onore di YHAWEH a Babilonia, e si chiedeva: Con quale giustificazione,allora, lo avrebbero costruito a Elefantina?
11) Mi sembra, a questo punto, che la risposta alla domanda retorica di Porten sia evidente: la loro giustificazione stava nell'aver portato con s da Gerusalemme l'Arca dell'Alleanza e, quindi, nella loro necessit di costruire una dimora per essa, proprio come aveva fattoSalomone tanto tempo prima.

Elefantina e i falasha
Al mio ritorno in Inghilterra mi sentivo abbastanza sicuro di aver infine scoperto la reale sequenza di avvenimenti che scandivano il mistero dell'Arca perduta.
Cercando delle prove a sostegno di tale mia teoria, mi recai alla Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra e mi procurai una copia dei due volumi, ormai non pi ristampati, che Achim Krekeler mi aveva prestato e che volevo ora esaminare pi a fondo. Raccolsi anche dell'altro materiale, comprese le Storie di Erodoto (perch ero venuto a sapere che il famoso studioso greco aveva compiuto una visita a Elefantina verso il 450 a.C.).
Quest'ulteriore sforzo di ricerca si rivel molto fruttuoso. Una delle cose che non capivo, per esempio, era come mai Giosia - lo zelante tradizionalista che aveva ereditato il trono di Gerusalemme due anni dopo la morte di Manasse - non avesse cercato di riprendere l'Arca da Elefantina. Trovai presto una risposta a questa domanda: come gi sapevo, Giosia aveva dato avvio alle sue riforme solo nel dodicesimo anno del suo regno (all'et di vent'anni) e aveva cominciato a restaurare il Tempio solo nel diciottesimo anno del suo regno (622 a.C.). In quest'epoca, per, le relazioni tra Giuda ed Egitto si erano notevolmente deteriorate - al punto che Giosia venne infine ucciso mentre combatteva gli egizi. Pertanto, anche se avesse saputo che l'Arca era stata portata a Elefantina, non sarebbe stato in grado di pretendere il suo ritorno da un paese potente con il quale era in guerra.
Sistemato questo aspetto, passai a considerare il gradino successivo della storia perduta che stavo cercando di ricostruire - il viaggio dell'Arca da Elefantina in Etiopia durante il v secolo a.C. Dopo il colloquio avuto a Gerusalemme con il sacerdote falasha Raphael Hadane avevo intravisto l'intrigante possibilit che gli antenati degli ebrei neri d'Etiopia fossero emigranti provenienti da Elefantina - perch egli parlava senz'altro di quest'isola quando mi aveva detto che i suoi padri avevano costruito un tempio ad Assuan. Inoltre a sostegno della teoria secondo cui i falasha sarebbero giunti in Etiopia da Elefantina, vi erano anche i risultati delle mie ricerche. Nel novembre 1989 ero rimasto colpito dall'impronta etnografica dell'insediamento falasha attorno al Lago Tana e - sulla base di questa e di altre prove - avevo concluso che la religione di Salomone poteva essere entrata in Etiopia solo da ovest, attraverso l'Egitto e il Sudan, lungo le antiche e trafficate rotte commerciali costituite dai fiumi Nilo e Tacazz.
Giunsi a questa conclusione perch non mi convinceva affatto l'opinione accademica secondo cui i falasha erano i discendenti degli ebrei provenienti dall'Arabia meridionale che erano arrivati in Etiopia dopo il 70 d.C. (vedi capitolo sesto). Ora, mentre . scorrevo la bibliografia che mi aveva fornito a Gerusalemme l'antropologa Shalva Weil, scoprii che esistevano molte altre teorie che si opponevano a quella prevalente. Anche se messe spesso in ridicolo dai maggiori esperti di studi etiopi come il professor Edward Ullendorf, alcune di queste voci dissidenti avevano avanzato l'ipotesi che a convenire i falasha all'ebraismo potrebbero essere stati benissimo degli emigranti provenienti dalla colonia ebraica dell'isola di Elefantina. Senza dubbio vi erano stati intensi contatti commerciali e culturali tra Yemen ed Etiopia in questo periodo; ma  un dato di fatto che parecchie comunit ebraiche abbastanza consistenti si erano insediate in Egitto molto tempo prima che gli ebrei si spingessero anche nell'Arabia del Sud. Dato il profondo carattere vetero-testamentario della religione falasha, dunque, la logica suggerisce che la fede ebraica deve essere giunta dall'Egitto verso sud-est e poi in Etiopia mediante un graduale processo di diffusione culturale.
Per la verit, non vi era alcun fatto storico che legasse i falasha a Elefantina; ma a questo punto avevo individuato tanti indizi e coincidenze che ero ormai certo dell'esistenza di tale legame. Anche se tutto ci che avevo in mano erano, appunto, indizi e supposizioni logiche, che non provavano con assoluta certezza la mia teoria per cui l'Arca sarebbe giunta in Etiopia nel V secolo a.C. dopo aver trascorso 200 anni- nel Tempio ebraico di Elefantina, le mie ultime scoperte, viste nel contesto di tutto quanto avevo appreso in Israele, in Egitto e nella stessa Etiopia, assumevano una luce diversa e decisamente pi persuasiva.
Elenco ora, come le ho registrate nel mio taccuino, le principali conclusioni alle quali giunsi e le argomentazioni che le sostenevano:
1) Il fatto" che la comunit ebraica di Elefantina praticasse sacrifici - e che continuasse a farlo molto tempo dopo le riforme di re Giosia -  senz'altro molto significativo. Una delle prove che confermano l'antichit dell'ebraismo in Etiopia  il carattere estremamente arcaico della religione falasha, in cui i sacrifici animali sul tipo di quelli che si compivano a Elefantina svolgono un ruolo fondamentale. E questo da consistenza all'ipotesi che i falasha siano i discendenti

culturali di emigranti ebrei provenienti da Elefantina e conferma la tesi secondo cui l'Arca dell'Alleanza sarebbe stata portata in Etiopia proprio da quell'isola.
2) Originariamente il tempio ebraico di Elefantina aveva una propria classe sacerdotale.
Nella lingua senza vocali che compare sui papiri questi sacerdoti vengono chiamati KHN. Con l'aggiunta delle vocali a ed e questa parola diventa kahen, e i sacerdoti falasha vengono chiamati appunto Kahen.
3) Uno dei nomi del tempio ebraico di Elefantina era MSGD, che significa luogo di prostrazione. Ancora oggi i falasha in Etiopia non hanno sinagoghe, e nemmeno un tempio; i loro piccoli luoghidi culto sono per chiamati Mesgid^ (cio MSGD con l'aggiunta dellevocali e ed i). Da questo punto di vista vale la pena di notare che era proprio in una posizione di prostrazione, con le ginocchia aterra, che re Salomone preg una volta davanti all'Arca dell'Alleanza di Yahweh.
4) Nel colloquio che aveva avuto con me a Gerusalemme RaphaelHadane disse che il tempio ebraico costruito dai suoi padri ad Assuan era scampato a una grande distruzione che era stata inflitta aitempli egizi da un re straniero:

- Egli non distrusse il nostro tempio. Cos, quando gli egizi videro che solo il tempio ebraico non era stato distrutto, sospettarono chenoi stessimo dalla parte degli invasori. Per questo cominciarono acombattere contro di noi e distrussero il nostro tempio e noi fummocostretti a fuggire.
- Nel 525 a.C. un re straniero invase effettivamente l'Egitto e distrusse molti templi: si chiamava Cambise ed era a capo di quell'impero persiano che, fondato da suo padre Ciro il Grande, si trovava ora inpiena fase espansionistica. Nei papiri di Elefantina si  conservato questo ricordo di lui:
- Quando Cambise venne in Egitto trov questo tempio (ebraico) Essi (i persiani) rasero al suolo tutti i templi degli dei d'Egitto, manessuno danneggi questo tempio.
-I persiani rimasero padroni dell'Egitto fin quasi alla fine del v secolo a.C. e durante tutto questo periodo gli ebrei di Elefantina cooperarono strettamente con loro; fu solo quando la loro protezione fu definitivamente perduta che il tempio ebraico dell'isola venne completamente distrutto. Le tradizioni popolari di Raphael Hadane sulle origini dei falasha vengono dunque confermate da concreti fatti storici.
5) Hadane disse anche che il suo popolo venerava in special modo l'isola di Tana Kirkos - proprio l'isola sulla quale, secondo quanto mi avevano detto, era stata portata l'Arca nel v secolo a.C. Inoltre,Memhir Fisseha, il prete cristiano con il quale avevo parlato su quell'isola,mi aveva detto che l'Arca era stata tenuta l dentro una tenda per 800 anni prima di essere portata ad Axum38. Non mi sembraaffatto strano che a Tana Kirkos abbiano deciso di usare una tenda otabernacolo per custodire l'Arca. 
Se la mia teoria  esatta, gli ebreiche portarono l la reliquia avevano appena assistito alla distruzione del loro tempio ad Elefantina e probabilmente sapevano anche dellaprecedente distruzione del Tempio di Salomone per opera di Nabu-codonosor.  dunque probabile che abbiano pensato che era ormaitempo di abbandonare per sempre i templi veri e propri e di tornare alla semplice usanza che li aveva accompagnati durante le peregrinazioni nel deserto, quando l'Arca veniva custodita in una tenda.
6) Infine, Raphael Hadane mi disse che gli antenati dei falasha eranoarrivati in Etiopia non soltanto attraverso Assuan (cio Elefantina),ma anche che erano passati per la citt di Meroe, dov rimasero perun po'. Questi stessi due posti mi erano stati citati anche da SolomonAlemu, il sacerdote falasha che intervistai al villaggio di Anbober nelgennaio 1990. Ed era solo una coincidenza il fatto che, dopo essere state dimenticate dalla storia per pi di 1.500 anni, le rovine di Meroe sianostate finalmente riportate alla luce - indovinate da chi? Niente meno che dall'esploratore scozzese James Bruce, che le scopr nel 177239.
La terra dei disertori
Tutto, dunque, lasciava pensare che io fossi sulla strada giusta, e il fatto che il sito dell'antica Meroe fosse stato scoperto proprio dal mio vecchio amico James Bruce non fece che rafforzare il mio entusiasmo. L'esploratore scozzese, ne ero ormai certo, aveva compiuto il suo epico viaggio in Etiopia proprio al fine di localizzare l'Arca dell'Alleanza (vedi capitolo settimo): niente di pi probabile, quindi, che, nel cercare di raggiungere questo

obiettivo, egli abbia localizzato anche la favolosa citt attraverso cui era passata la sacra reliquia nel suo viaggio verso i monti abissini.
Ma era davvero passata di qui? Vi era ancora, almeno cos mi sembrava, una domanda importante alla quale non avevo ancora trovato una risposta convincente: perch gli ebrei di Elefantina erano emigrati verso sud con l'Arca dell'Alleanza dopo aver lasciato l'isola? perch non verso nord - verso Israele, per esempio?
Vi erano varie spiegazioni possibili per questo problema, e tutte potevano aver contribuito alla decisione. Tanto per cominciare, nel v secolo a.C, ormai, gli ebrei di Gerusalemme si erano abituati a vivere senza l'Arca. Il Tempio di Salomone non esisteva pi da tempo e al suo posto se ne era costruito un altro; questo secondo Tempio, poi, era controllato da una casta sacerdotale molto chiusa, che non avrebbe certo accolto molto bene dei rivali provenienti da Elefantina.
Analogamente, gli ebrei di Elefantina si sarebbero sentiti fuori posto, quasi degli estranei, nell'ambiente teologico che dominava la Gerusalemme del v secolo a.C: il pensiero religioso si era evoluto, Dio non era pi concepito come la divinit quasi corporea che aveva dimorato tra i due cherubini, e quelle forme di culto nelle quali l'Arca aveva occupato una posizione centrale erano ormai cadute in disuso.
Il ritorno dell'Arca, quindi, avrebbe provocato, paradossalmente, dei problemi molto seri e per questo i sacerdoti di Elefantina potrebbero aver deciso di non tornare a Gerusalemme. Ma dove altro potevano andare? Non potevano certo rimanere in Egitto, visto che gli egizi erano ormai contro di loro e avevano persino distrutto il loro tempio. Per la stessa ragione, non era molto sicuro affrontare un viaggio verso nord per uscire dal paese. Non restava, quindi, che dirigersi verso sud. Non a caso il governatore di Assuan ed Elefantina aveva il titolo di Governatore della Porta dei Paesi del Sud: per portare in salvo la loro preziosa reliquia gli ebrei dovevano solo aprire questa metaforica porta ed entrare in quei Paesi del Sud che erano conosciuti con il nome collettivo di Etiopia - una parola greca

che significava volti bruciati e che a quel tempo veniva usata per indicare tutte le regioni i cui abitanti erano di pelle scura41. I fuggitivi non si sarebbero mai avventurati a esplorare una temibile terra incognita: al contrario, si sa che i membri della comunit ebraica erano stati coinvolti in spedizioni militari nel sud fin dal VI secolo a.C.42. Scoprii inoltre esempi ben documentati di migrazioni precedenti - migrazioni che non necessariamente avevano interessato gli ebrei, ma che avevano condotto numerosi popoli provenienti dalla zona di Assuan a stabilirsi nei Paesi del Sud. Per esempio Erodoto, il padre della Storia, affermava che a quattro giorni di viaggio da Elefantina il Nilo cessava di essere navigabile:
Bisogna allora sbarcare e viaggiare lungo la costa per 40 giorni, perch nel Nilo vi sono rocce e scogli che renderebbero impossibile la navigazione. Dopo aver camminato per il paese per 40 giorni, si sale su un'altra barca e si naviga per 12 giorni, dopodich si arriva a una grande citt, il cui nome  Meroe. Si dice che questa citt sia la madre di tutta l'Etiopia... Da questa citt, compiendo un viaggio sul fiume della stessa lunghezza di quello compiuto per giungere da Elefantina alla citt madre degli etiopi, si arriva alla terra dei Disertori... Costoro erano 240.000 egizi, combattenti egizi, che si ribellarono agli egizi e si unirono agli etiopi... al tempo di re Psammetico. Quando questa gente si stabil tra gli etiopi, gli etiopi divennero pi civili, assorbendo i modi degli egizi. Per uno spazio corrispondente a quattro mesi di viaggio, dunque, sia per terra che per via fluviale, al di l del suo corso in Egitto, quella del Nilo  una regione-conosciuta. Se si mette tutto insieme, si vedr che occorrono quattro mesi di viaggio da Ele-fantina fino a questi Disertori di cui ho parlato.
Ho detto prima che l'esodo di massa dei disertori da Elefantina non necessariamente aveva coinvolto degli ebrei, e infatti non vi erano prove in questo senso. Erodoto aveva tuttavia affermato con molta chiarezza che questo esodo si era verificato al tempo del faraone Psammetico (595-589 a.044. Appresi quindi con molto interesse da una fonte sicura che degli ebrei erano stati mandati come ausiliari a combattere nell'esercito di Psammetico contro il re degli etiopi. Sulla base di questo ben documentato fatto storico non sembrava dunque irragionevole concludere che tra questi disertori potessero esservi anche degli ebrei.
Un altro aspetto degno di nota del racconto di Erodoto era il suo specifico riferimento aMeroe-la citt attraverso cui, secondo Raphael Hadane, gli antenati dei falasha erano passati mentre si recavano in Abissinia. Inoltre, Erodoto si era dilungato parecchio a spiegare che i suoi disertori avevano navigato per 56 giorni al di l di Meroe. Se avessero compiuto questo viaggio sul fiume Atbara, che sfocia nel Nilo proprio a nord di Meroe (e in cui, a sua volta, sfocia il Tacazz), i viaggiatori si sarebbero trovati ai confini dell'attuale Etiopia, e forse anche all'interno di questi confini.
Erodoto aveva scritto questi fatti nel v secolo a.C. Ne consegue che' se un gruppo di ebrei con al seguito l'Arca dell'Alleanza avesse deciso di fuggire verso sud da Elefantina in quello stesso secolo, si sarebbe trovato in una terra conosciuta praticamente per tutto il viaggio fino al Lago Tana. Inoltre, la logica stessa suggeriva che le montagne abissine dovevano rappresentare una destinazione molto attraente per loro - fresche e ricche d'acqua, queste verdi montagne dovevano sembrare quasi un giardino dell'Eden in confronto ai deserti del Sudan.
Al di l dei fiumi di Cush
 possibile che coloro che stavano scappando da Elefantina sapessero gi che avrebbero trovato un giardino oltre il deserto? E possibile, cio, che, nel loro viaggio verso sud, essi non solo stessero attraversando una terra conosciuta, ma fossero addirittura diretti verso una regione dove avevano gi parenti e compagni di fede? pi proseguivo nelle mie ricerche, pi trovavo elementi che avvaloravano una simile ipotesi e che lasciavano pensare che gli ebrei potevano benissimo essersi avventurati in Abissinia anche prima del V secolo a.C.
Una parte di questi elementi a sostegno della mia ipotesi si trovavano nella Bibbia. Anche se sapevo che il termine Etiopia utilizzato nelle Scritture non corrispondeva automaticamente al

paese che oggi porta questo nome, sapevo anche che vi erano alcune circostanze in cui ci poteva avvenire. Come ho gi detto, Ethiopia  una parola greca che significa volti bruciati. Nelle pi antiche edizioni greche della Bibbia, il termine ebraico Cush era tradotto con Ethiopia e indicava, come chiar un esperto, tutta la Valle del Nilo a sud dell'Egitto, compresa la Nubia e l'Abissinia47. Ci significa che i riferimenti biblici all'Etiopia potevano riferirsi- o non riferirsi all'Abissinia vera e propria, e anche nelle traduzioni inglesi che erano tornate a utilizzare la parola Cush vi era quanto meno la possibilit che tale termine indicasse l'Abissinia.
In questo contesto mi sembrava degno di nota il fatto che Mo-s stesso avesse sposato una donna etiope48 - secondo un antico verso del libro dei Numeri - e che, in base a una strana testimonianza dello storico ebraico Flavio Giuseppe, confermata da varie leggende ebraiche, avesse vissuto per un certo periodo, tra i 40 e gli 80 anni, in Etiopia.
Anche altri passaggi delle Scritture parlavano dell'Etiopia/ Cush. Alcuni di questi brani erano irrilevanti ai fini della mia ricerca; altri, invece, erano estremamente interessanti e lasciavano pensare che gli scribi che li avevano scritti non avessero affatto in mente la Nubia o qualche parte del Sudan, ma piuttosto la regione montuosa del Corno d'Africa che oggi chiamiamo Etiopia.
Uno di questi passi, che gi conoscevo, faceva parte del secondo capitolo del libro della Genesi e parlava dei fiumi che uscivano dal Giardino dell'Eden: E il nome del secondo fiume Gihon; lo stesso che circonda tutta la terra d'Etiopia. Un'occhiata alla carta geografica mi mostr subito che in un certo senso sembrava proprio che il Nilo Azzurro, uscendo dal Lago Tana e formando una.larga ansa, racchiudesse effettivamente tutta la terra d'Etiopia; inoltre, come sapevo da tempo, le fonti gemelle considerate la sorgente di quel grande fiume sono tuttora chiamate Giyon dagli stessi etiopi52.
Un altro passo interessante compariva nel Salmo 68, che John D. Levenson, professore associato dell'insegnamento della Bibbia Ebraica presso la Divinity School dell'Universit di Chicago, descriveva come uno dei pi antichi brani di poesia israelita. Questo salmo conteneva un riferimento criptico all'Arca dell'Alleanza54 e faceva anche questa strana predizione: L'Etiopia stender presto le sue mani verso Dio. Non potei fare a meno di chiedermi come mai si parlasse proprio dell'Etiopia come di una probabile candidata alla conversione all'ebraismo. Purtroppo nel salmo non vi era nulla che aiutasse a rispondere a questa domanda; tuttavia, in un brano posteriore scritto dal profeta Amos (il cui ministero dur dal 783 al 743 a.C.), si diceva che qualcosa di talmente grave era avvenuto in Etiopia/Cush che gli abitanti di questa terra lontana dovevano ora essere considerati alla pari del Popolo Eletto di Israele. Tre traduzioni diverse dello stesso verso (Amos 9,7) aiutano a illustrare ci che voglio dire:

Non siete come figli degli Etiopi per me,
o figli di Israele? disse il Signore. (Versione autorizzata di re Giacomo).

Non siete voi Israeliti come Cusciti per me?
Non siete forse voi
e i Cusciti lo stesso
per me,
o figli di Israele?
  Yahweh che parla dice il Signore
(Bibbia di Gerusalem- (New English Bible).
me).

Anche se ritenevo che si potesse interpretare questo verso in un altro modo - e cio che Yahweh non accordasse pi un privilegio speciale ai figli di Israele - mi sembrava comunque che si dovesse prendere in considerazione anche il significato pi evidente. Nell'vni secolo a.C, quando Amos esplicava la sua attivit profetica, non poteva darsi che vi fosse gi stato un flusso di emigranti ebrei diretti a sud, attraverso l'Egitto verso i monti dell'Abissinia? Non vi sono prove, certo, ma  un fatto innegabile che di tutto il vastissimo territorio al quale Amos avrebbe potuto riferirsi parlando dell'Etiopia/Cush, soltanto di un'area specifica si sapeva che aveva adottato la fede ebraica nell'antichit (e che, tra l'altro, avrebbe mantenuto questa fede fino al xn secolo d.C). Quest'area, naturalmente, si trovava nelle vicinanze del Lago Tana, la patria dei falasha da tempo immemorabile.
Il successivo passo biblico che attir la mia attenzione era nel libro di Sofonia ed era stato scritto tra il 640 e il 622 a.C., cio

durante il regno di Giosia. Anche in questo caso ritenni utile accostare tre diverse traduzioni dello stesso verso (Sofonia 3,10), che citavano le parole di Dio:
Dall'altra parte Dall'altra parte Dall'altra parte
dei fiumi d'Etiopia delle rive dei fiumi dei fiumi di Cush d'Etiopia
essi mi imploreranno, essi mi imploreranno mi imploreranno
i fedeli della Dispersione
e mi porteranno offerte, e mi porteranno offerte, e mi renderanno
grazie
{Versione autorizzata (Bibbia di Gerusalem- (New English Bible).
di re Giacomo). me).
Poich era assolutamente indubbio che questo verso era stato scritto prima del 622 a.C. - e quindi ben prima dell'esilio e della prigionia degli israeliti a Babilonia - era opportuno porsi le seguenti domande: 1) Quando Sofonia parlava di una dispersione, a quale evento si riferiva esattamente? 2) Quale parte della biblica Cush aveva in mente quando parlava di fedeli imploranti che portavano offerte dall'altra parte dei fiumi d'Etiopia?
Per la prima domanda, conclusi che il profeta doveva parlare di una sorta di migrazione popolare volontaria, perch non vi era stata alcuna dispersione forzata degli ebrei dalla Terra Santa prima dell'epoca di Sofonia. Quanto alla seconda domanda, il lettore ricorder che il termine Cush indicava tutta la Valle del Nilo, a sud dell'Egitto, compresa la Nubia e l'Abissinia. Il verso sopra citato, per, conteneva un elemento che aiutava a restringere l'area geografica alla quale Sofonia si riferiva: si tratta dell'espressione tradotta con dall'altra parte dei fiumi d'Etiopia. Poich l'espressione sottintendeva che vi fossero pi fiumi, si doveva escludere tutta la Valle del Nilo a sud, fino a Meroe. A est di Meroe, per, scorreva l'Atbara, e al di l di esso il Tacazz, mentre verso sud (pi o meno parallelo all'Atbara) il Nilo Azzurro scendeva precipitosamente dai monti dell'Abissinia. Erano certamente questi i fiumi d'Etiopia, e al di l di essi (dall'altra parte) stava il Lago

Tana. Non si poteva perci escludere che, nello scrivere questo interessante verso, il profeta avesse in mente l'area tradizionalmente occupata dagli insediamenti falasha.
Questa mia sensazione si rafforz quando, tramite una ricerca automatica al computer, scoprii che l'espressione dall'altra parte dei fiumi di Etiopia/Cush era stata usata solo un'altra volta in tutta la Bibbia, nel capitolo 18 del libro di Isaia. La Versione autorizzata di re Giacomo traduceva il relativo brano come segue:
Guai a quella terra ombreggiata di ali che sta al di l dei fiumi d'Etiopia: la quale manda ambasciatori per mare, in barche di giunco che vanno sulle acque, dicendo: Andate, messaggeri veloci, a una nazione sparsa e nuda, a un popolo terribile dall'inizio fino ad ora; una nazione divisa e calpestata, la cui terra  danneggiata dai fiumi!
Le altre traduzioni dello stesso passo, che riporto qui di seguito, aggiungono ulteriori sfumature di significato a un messaggio gi ricco di indizi:
Poich apparteneva al capitolo 18 del libro di Isaia, questo brano era stato sicuramente scritto da Isaia stesso. Sapevo gi che la vita del profeta era stata lunga e aveva attraversato i regni di Jotham, Ahaz ed Ezechia (rispettivamente 740-736, 736-716 e 716-687 a.C.), per arrivare quasi certamente al regno di Manasse, il monarca la cui idolatria, ne ero ormai praticamente sicuro, aveva causato la rimozione dell'Arca dell'Alleanza dal tabernacolo del

Tempio di Gerusalemme. Appresi quindi con molto interesse di un'antica, e molto seguita, tradizione ebraica secondo cui Isaia era morto martire per mano dello stesso Manasse.
Ma molto pi interessante trovai il modo in cui il profeta aveva parlato della terra misteriosa che si trovava al di l dei fiumi di Cush. La Versione autorizzata di re Giacomo lasciava pensare che egli stesse maledicendo quella terra, ma le traduzioni pi recenti non comunicavano questa impressione. Tutte e tre le versioni, per, concordavano sulle sue caratteristiche geografiche: non solo essa si trovava al di l dei fiumi, ma era essa stessa attraversata da fiumi che la danneggiavano, o la dilavavano o vi si incrociavano.
A mio parere questa informazione rendeva praticamente certa la tesi che Isaia si riferisse all'Abissinia e all'area del tradizionale insediamento falasha in quella regione. Nelle alture attorno al Lago Tana si incrociano davvero i fiumi (che inoltre danneggiano e dilavano la terra portando via grandi quantit del suo prezioso suolo). Vi erano poi anche altri indizi:
. 1) Gli abitanti di quella terra erano alti e nudi, o con la pelle liscia, o - nell'autorevole traduzione della Bibbia di Gerusalemme, abbronzati. Questa descrizione, pensai, poteva corrispondere perfettamente agli attuali etiopi, la cui carnagione non troppo scura, color nocciola, si distingue nettamente dal tipo nero, negroide che si ritrova in altri paesi africani.
2) La terra veniva curiosamente descritta come ombreggiata di ali(o, pi direttamente, terra di ali fruscianti). Questo poteva essere un riferimento ai giganteschi sciami di locuste che, all'incirca ognidieci anni, saccheggiavano l'Etiopia, oscurando i campi dei contadinie riempiendo l'aria di un ronzio assordante che dava i brividi.
3) Infine Isaia aveva fatto cenno esplicitamente al fatto che i messaggeridi quella terra viaggiavano in barche di papiro: ancora oggi,come avevo potuto constatare personalmente, coloro che abitavano nell'entroterra del Lago Tana facevano un abbondante uso di barche fatte di canne di papiro chiamate tankwaa.
Tutto considerato, quindi, mi pareva che i dati biblici fornissero un considerevole grado di credibilit all'ipotesi che in epoca molto antica si fosse formata una sorta di legame tra Israele e

le montagne abissine. La moglie etiope di Mos, il popolo alto e abbronzato di Isaia e i fedeli imploranti dispersi di Sofonia -che sarebbero tornati a Gerusalemme dall'altra parte dei fiumi di Cush - tutto portava a credere che ebrei si fossero effettivamente recati in Etiopia, e che vi si fossero stabiliti, molto prima del v secolo a.C. Se dunque, come sospettavo, i sacerdoti ebrei di Elefantina avevano portato l'Arca dell'Alleanza all'isola di Tana Kirkos in quello stesso secolo, dovettero trovare in quella terra un punto d'appoggio gi consolidato e abitato da loro correligionari.

Ondate migratorie?
Al di fuori della Bibbia, vi era qualche altro elemento in grado di supportare questa ipotesi? Ero certo di s. Le ricerche che io stesso avevo compiuto in Etiopia negli anni 1989-1990, per esempio, avevano gi fatto balenare la possibilit che, a partire dalla pi remota antichit, si fossero verificate per lunghissimo tempo delle ondate migratorie successive di ebrei. A convincermi di questo era stato soprattutto il lungo colloquio che avevo avuto con Wambar Muluna Marsha, Sommo Sacerdote dei qemant ebraico-pagani (vedi capitolo undicesimo), il quale mi aveva detto che Anayer, il fondatore della sua religione, era giunto nella zona del Lago Tana dalla terra di Canaan. Esaminando pi a fondo la religione dei qemant avevo potuto stabilire che essa conteneva una speciale mistura di elementi pagani ed ebraici - questi ultimi rappresentati soprattutto dalla distinzione tra cibi puri e impuri - unita a una particolare reverenza nei confronti dei boschi sacri che aveva parecchie analogie con le forme pi antiche dell'ebraismo (il patriarca Abramo aveva piantato un boschetto a Beersheba e aveva invocato qui il nome del Signore). Tali tendenze erano state probabilmente molto diffuse quando gli israeliti si erano da poco stabiliti a Canaan ed erano ritornate in auge per breve tempo durante il regno di Manasse, per poi essere definitivamente accantonate da re Giosia nel vn secolo a.C.

Ne consegue che gli antenati dei qemant devono essere emigrati in Etiopia da Canaan in un'epoca molto antica. I falasha, invece, sembravano discendere da genti emigrate in epoca leggermente posteriore; la loro religione comprendeva anch'essa alcune pratiche vietate da re Giosia - in particolare i sacrifici animali presso santuari locali - ma per altri aspetti sembrava una forma abbastanza pura di ebraismo vetero-testamentario (certamente non contaminato da credenze dichiaratamente pagane).
Vicini tra le montagne e nelle valli attorno al Lago Tana, i qemant e i falasha affermavano di essere reciprocamente legati (Wambar Muluna Marsha mi aveva raccontato che le famiglie fondatrici delle due religioni avevano viaggiato insieme e avevano discusso di una possibile alleanza matrimoniale - che non era poi andata a buon fine).
Tale tradizione popolare, scoprii in seguito, rifletteva una realt etnografica, poich i qemant e i falasha erano effettivamente parenti: entrambi erano sotto-gruppi della grande trib Agaw dell'Etiopia centro-occidentale - un gruppo etnico che, secondo gli esperti, rappresenterebbe la stratificazione pi antica della popolazione del Corno d'Africa. Pertanto la lingua madre di ambedue i popoli era un dialetto della lingua agaw che, guarda caso, apparteneva al gruppo di lingue cuscitiche. Lingue se-mitiche legate all'ebraico e all'arabo (per esempio, l'amarico e il tigrigna) erano anch'esse presenti in Etiopia, ma non erano parlate, se non come seconda lingua, n dai falasha n dai qemant.
La spiegazione di questa anomalia, e le sue implicazioni, mi parevano evidenti. Scrissi nel mio taccuino:
I primi piccoli gruppi di ebrei devono essere emigrati da Israele verso l'Etiopia molto tempo fa. Credo che questo processo sia cominciato fin dal x secolo a.C. (o persino prima) e che sia proseguito almeno fino alla fine del v secolo a.C. All'arrivo nella regione del Lago Tana, gli immigrati vi trovarono i vecchi abitanti dell'Etiopia - come gli agaw - e si fusero con loro, perdendo cos gradualmente la loro identit etnica, ma trasmettendo contemporaneamente la fede e la cultura giudaica che avevano portato con s. In tal modo, nel n o nel i secolo a.C. non vi erano pi ebrei in quanto tali che vivevano in Etiopia, solo popoli ebraizzati o giudaizzati che sembravano a

tutti gli effetti degli etiopi indigeni e che, ovviamente, parlavano una lingua etiope (poich l'ebraico era stato da tempo dimenticato). I moderni discendenti di questi popoli ebraizzati o giudaizzati erano i qemant e i falasha - gli ebrei neri d'Etiopia - e la loro lingua madre, un dialetto della lingua agaw,  effettivamente una lingua di ceppo cuscitico.
E che dire dei popoli semiti d'Etiopia, come quello politicamente dominante dei cristiani amhara? Quasi certamente essi sono, come asseriscono gli etnologi, i discendenti di coloni sabei o provenienti dall'Arabia del sud che arrivarono su queste montagne in ondate diverse e posteriori di immigrazione. In una forma o in un'altra, l'ebraismo era probabilmente gi ben consolidato tra i gruppi indigeni agaw quando arrivarono questi conquistatori sabei - il che spiegherebbe perch anche la loro cultura fu gradualmente gjudaizzata e perch elementi giudaici sopravvivono ancora oggi nel curioso carattere vetero-testamentario del cristianesimo abissino. Vi sono sempre stati ebrei in Etiopia, fin dall'inizio, scrisse il gesuita portoghese Balthasar Tellez nel xvn secolo. E credo proprio che con questo giudizio egli si avvicinasse alla realt molto pi di quegli studiosi moderni che collocano l'arrivo dell'ebraismo in una data relativamente recente - e che sembrano completamente ciechi di fronte alle testimonianze che vanno contro i loro pregiudizi.
I misteriosi BR
Pur avendo il merito di spiegare molti elementi che finora non erano mai stati spiegati compiutamente, ero ben consapevole della potenziale debolezza della teoria che avevo appena esposto nel mio taccuino: non poteva darsi che essa riflettesse i miei pregiudizi invece dei fatti? Per la verit, era un fatto che i falasha praticassero una forma arcaica di ebraismo; ed era un fatto che la religione qemant contenesse molti antichi elementi ebraici; analogamente, era un fatto che il cristianesimo della Chiesa ortodossa etiope fosse caratterizzato da riti e usanze la cui origine era senza dubbio ebraica. Ma da tutto questo era legittimo concludere che vi erano state ondate di migrazioni ebraiche in Etiopia per centinaia d'anni prima del v secolo a.C. - quando, come credevo, l'Arca dell'Alleanza era stata portata dall'isola di Elefantina nell'alto Nilo fino all'isola di Tana Kirkos? Se avevo ragione, e se vi erano gi effettivamente degli insediamenti ebraici in quella zona, allora non vi sarebbe pi stato alcun mistero attorno alla scelta dell'Etiopia come luogo di custodia dell'Arca.
Ma avevo ragione? Fino a questo momento le testimonianze che avevo raccolto a sostegno della mia teoria avevano preso due distinte forme a): dati sociali ed etnografici sui falasha e sui qemant, concernenti soprattutto le loro credenze religiose, il loro folklore e le loro relazioni reciproche; b): indizi, sparpagliati in tutto l'Antico Testamento, che sembravano attestare una massiccia migrazione ebraica verso l'Abissinia nella prima met del primo millennio a.C. Se questa migrazione era effettivamente avvenuta, per, dovevano esservene delle tracce anche al di fuori della Bibbia e delle peculiarit osservate nelle culture falasha e qemant. Il materiale e le impressioni che avevo finora raccolto erano certamente suggestivi, ma ci di cui ora avevo bisogno era una prova tangibile, archeologica o documentaria, che esistessero degli insediamenti ebraici in Etiopia prima del V secolo a.C.
Non avevo mai trovato una simile prova e anzi sapevo che, nel cercarla adesso, stavo navigando in senso contrario all'opinione degli esperti; ciononostante diedi spazio a tutti i miei contatti con il mondo accademico per scoprire se per caso mi era sfuggito qualche dettaglio importante.
Non molto tempo dopo ricevetti per posta un articolo scritto in francese da una certa Jacqueline Pirenne e pubblicato nel 1989 dall'Universit des sciences humaines di Strasburgo. A mandarmi l'articolo era stato un professore di egittologia di una grande universit inglese. Nella sua nota di accompagnamento egli scriveva:
Solo poche righe per accompagnare un articolo di Jacqueline Pirenne, presentato a una recente conferenza a Strasburgo. Francamente, dal punto di vista dottrinario, mi sembra che essa sia andata un po' troppo oltre: senz'altro  una persona molto capace, molto documentata sull'antica Arabia, ma ha (secondo non pochi di noi) delle idee piuttosto discutibili sulla cronologia e sulle origini dell'antica Arabia. Questo saggio  affascinante, ma si tratta pi di fantasia che di storia, temo. (Ho saputo che Beeston lo ha criticato

aspramente in un recente incontro del Seminario di Studi Arabi; e lui  una persona essenzialmente equilibrata, anche se non pi infallibile del resto di noi).
Naturalmente mi domandai perch il professore avesse pensato che un articolo del genere potesse avere una qualche rilevanza per la mia ricerca. Ma dopo averlo fatto tradurre in inglese, capii il perch, e capii anche come mai le istituzioni accademiche avevano reagito con ostilit alle tesi prospettate dajacqueline Pirenne.
Per sintetizzare la sua analisi piuttosto complessa, direi che l'assunto principale della sua argomentazione  che gli studiosi che finora si sono occupati delle relazioni storiche tra Etiopia e Arabia del Sud avevano torto: non vi sarebbe stata alcuna influenza sabea giunta in Etiopia dallo Yemen, come si  pensato fino a questo momento, ma il flusso avrebbe invece percorso la direzione opposta, in altre parole dall'Etiopia verso l'Arabia del Sud:
I sabei... arrivarono anzitutto nel Tigre etiope ed entrarono nello Yemen dalla costa del Mar Rosso... Questa conclusione, che capovolge completamente la visione tradizionale,  l'unica... che spiega i fatti e rende loro giustizia.
La Pirenne proseguiva dimostrando che la patria originaria dei sabei corrispondeva al nord-ovest dell'Arabia, ma che un gran numero di essi era emigrato da l in Etiopia (attraverso il letto del fiume Hammamat e lungo il Nilo) in due ondate separate, la prima verso il 690 a.C. e la seconda intorno al 590 a.C. perch erano emigrati? Per non pagare il tributo all'invasore assiro Sen-nacherib la prima volta e per non pagarlo al conquistatore babilonese Nabucodonosor la seconda.
Questa tesi non era cos fantasiosa come poteva sembrare: durante le loro rispettive campagne Sennacherib e Nabucodonosor non si erano limitati ai loro famosi attacchi a Gerusalemme; era storicamente accertato che si erano anche spinti nel nord-ovest dell'Arabia, dove potrebbero effettivamente aver incontrato e sconfitto delle trib sabee. Fin qui tutto bene. Quanto al resto, non mi sentivo in condizione di accettare o respingere l'idea della Pirenne secondo cui i sabei erano giunti in Etiopia seguendo la

Valle del Nilo e poi avevano proseguito, attraverso il Mar Rosso, verso lo Yemen.
E poi, bench fosse senz'altro interessante, non era questa la parte dell'articolo pi importante ai fini della mia ricerca. Ci che pi cattur la mia attenzione, convincendomi che mi trovavo sulla strada giusta, fu la sua analisi di una iscrizione sabea ritrovata in Etiopia e datata al VI secolo a.C. Tradotta dal linguista R. Schneider e pubblicata originariamente in uno sconosciuto articolo intitolato Documents pigraphiques de Ethiopie (Documenti epigrafici dell'Etiopia), l'iscrizione era dedicata a un monarca sabeo che si definiva un nobile re guerriero e che proclamava che nell'impero che aveva fondato nel nord e nell'ovest dell'Etiopia, egli aveva regnato sui Da'amat, i Saba, e sui "BR", bianchi e neri. Chi erano i BR, domandava la Pirenne:
R. Schneider non avanzava alcuna ipotesi... ma il termine Abirus, che compare in alcune iscrizioni assire, pu essere attribuito agli ebrei...  naturale che gli ebrei siano emigrati nello stesso periodo della seconda ondata di sabei, poich la prima cattura di Gerusalemme per opera di Nabucodonosor... seguita dalla deportazione a Babilonia, avvenne nel 598 a.C, mentre gli attacchi dello stesso Nabucodonosor contro gli arabi avvennero nel 599-598 a.C... Identificando i BR con gli ebrei che arrivarono (in Etiopia) con la seconda ondata di sabei, possiamo spiegare... l'esistenza dei falasha, neri ma ebrei... Essi sono i discendenti di quegli ebrei che arrivarono nel VI secolo a.C..
Ci che la Pirenne non aveva considerato era la possibilit che i BR - una tipica forma di scrittura della parola ebrei (cio ABIRUS) negli antichi alfabeti privi di vocali - potrebbero essere arrivati in Etiopia prima di qualunque incursione sabea. La studiosa aveva semplicemente dedotto che, poich l'iscrizione che li menzionava era del VI secolo a.C, essi dovevano essere emigrati proprio in quel secolo. Sulla base delle mie ricerche, per, io mi sentivo di affermare che i BR potevano benissimo essere in Etiopia da moltissimo tempo quando, a detta dei sabei, vennero da essi conquistati - e che, inoltre, il loro numero stava ancora aumentando (e avrebbe continuato a farlo) per l'arrivo, attraverso la Valle del Nilo, di altre piccole bande di ebrei emigranti.

Quest'ultimo punto faceva ancora parte della teoria; il dono che mi aveva fatto Jacqueline Pirenne, comunque, era quello di avermi indicato una prova archeologica e documentaria dell'esistenza in Etiopia, nel vi secolo a.C, di un popolo chiamato BE. Gli accademici avrebbero potuto discutere in eterno su chi realmente fossero questi BE; quanto a me, io non avevo pi dubbi:
- erano ebrei che, in un'epoca molto antica, non avevano ancora fuso la loro identit con quella degli indigeni agaw in mezzo ai quali si erano stabiliti;
- adoravano un Dio chiamato YHWH;
- di conseguenza, quando l'Arca dell'Alleanza di Yahweh fuportata da Elefantina in Etiopia nel V secolo a.C, si pu dire che essa arriv in un ambiente recettivo e gi adatto ad accoglierla.

Una cappella d disgrazia
Mi restava ben poco da fare, ormai. Attraverso una lunga etortuosa ricerca storica avevo cercato di convincermi che la pretesa dell'Etiopia di possedere l'Arca aveva un fondamento concreto. :
E ci ero riuscito. Sapevo bene che gli studiosi avrebbero potuto confutare le mie scoperte, e anche le conclusioni che ne avevo tratto - ma, in verit, l'approvazione degli esperti e delle autorit non era ci che andavo cercando negli anni 1989-1990; il mio era un obiettivo ulteriore, nel quale io solo ero il giudice e l'arbitro finale di tutte le prove e le argomentazioni.
In precedenza, il mio problema era molto semplice: recandomi ad Axum, l'antica citt del Tigre, alla cappella del santuario in cui si credeva che si trovasse l'Arca, avrei dovuto prepararmi a correre dei rischi fisici e anche a superare un profondo disagio psicologico al pensiero di mettermi nelle mani del FLPT - ribelli armati che avevano tutte le ragioni per odiarmi, visti gli stretti legami che fino a questo momento avevo intrattenuto proprio con quel governo che, a prezzo di molto sangue, essi stavano cercando di abbattere. E non volevo accettare questi rischi, o combattere per tenere a freno le mie paure, se non dopo essermi convinto che cos facendo non mi stavo imbarcando in un'avventura folle o donchisciottesca, ma in un'impresa in cui potevo credere e della quale avere fiducia,
A questo punto, per, credevo ormai fermamente che vi era un alto grado di probabilit che l'Arca si trovasse davvero ad Axum, ed ero quindi pronto ad affrontare l'ultimo gradino della mia ricerca - il viaggio alla citt sacra degli etiopi, con tutti i rischi, i. pericoli e le difficolt che questo avrebbe implicato..
Non era una decisione alla quale ero arrivato a cuor leggero; al contrario, nei mesi precedenti, avevo caparbiamente cercato ogni scusa che potesse giustificare l'abbandono di tutto il mio progetto. Ma invece di trovare queste scuse, non facevo che imbattermi in nuovi indizi che sembravano puntare sempre pi inequivocabilmente verso Axum.
Avevo cercato di individuare altri luoghi in cui forse l'Arca poteva trovarsi, ma nessuna delle alternative offerte da leggende e tradizioni sembrava godere della minima credibilit. Avevo cercato prove che attestassero la distruzione della reliquia, ma avevo dovuto ammettere che tali prove non esistevano. Avevo accertato che le affermazioni del Kebra Nagast su Salomone, la regina di Saba e Menelik, se prese alla lettera, non potevano essere vere - ma avevo anche scoperto che queste stesse affermazioni potevano comunque fungere da complessa metafora per adombrare la realt. Certo, l'Arca dell'Alleanza non poteva essere arrivata in Etiopia all'epoca di Salomone; ma era del tutto plausibile che avesse compiuto questo viaggio pi tardi, al tempo della distruzione del tempio ebraico che sorgeva sull'isola di Elefantina nell'alto Nilo.
Tutto considerato, quindi, qualunque cosa ne pensassero gli accademici, sapevo di essere giunto alla fine di un lungo percorso personale e che non potevo in alcun modo ignorare o evitare il richiamo finale: se volevo mantenere la mia integrit e onest, se non volevo essere sopraffatto, in seguito, dal disonore e dalla vergogna, dovevo fare tutto il possibile per andare ad Axum - non importa a quali rischi sarei andato incontro, o quali demoni di

interessi personali e codardia avrei dovuto superare. Era senz'altro un clich - forse uno dei dichs pi antichi che l'uomo conosca - ma mi sembrava che ci che contava veramente non era tanto il fatto che io raggiungessi la citt sacra, quanto piuttosto che cercassi di arrivarvi, non tanto che trovassi effettivamente l'Arca, ma che trovassi in me stesso sufficienti riserve di carattere per tentare questa impresa.
Non mi sentivo certo un cavaliere arturiano chiuso nella sua scintillante armatura; eppure, in questo momento della mia vita, non mi era difficile comprendere come mai sir Galvano, di fronte ai pericoli che lo attendevano alla Cappella Verde, avesse deciso di ignorare le insinuanti parole del gentiluomo che aveva cercato di dissuaderlo dal portare a termine la sua ricerca e che lo aveva messo in guardia:
Se andrete l sarete ucciso... perci caro sir Galvano... prendete un'altra strada, andate in qualche altra regione lontana! Andate nel nome di Dio, e Cristo vi conceda fortuna! Quanto a me, io andr a casa e vi prometto che giurer solennemente, su Dio e su tutti i santi, che manterr gelosamente il vostro segreto, e che non dir ad anima viva che avete cercato di darvela a gambe.
Dopo aver considerato la sua posizione, Galvano rispose:
Apprezzo molto che vi preoccupiate del mio benessere, buon uomo, e sono convinto che lo terreste ben chiuso nel vostro cuore. Ma per quanto possiate tacere, se io lasciassi questo posto e fuggissi... come mi proponete, diventerei un cavaliere codardo senza alcuna scusante... Andr invece alla Cappella Verde, e affronter ci che il Fato mi manda.
Con analoga risoluzione, anche se con meno cavalleria, ero anch'io ormai deciso ad andare alla mia cappella di disgrazia per vedere ci che il Fato mi mandava. E, come sir Galvano, sapevo che dovevo compiere questo viaggio all'alba di un Nuovo Anno - poich si stava avvicinando la festa solenne del Timkat.


Parte VI
ETIOPIA, 1990-91
La terra deserta

Capitolo Diciassettesimo A CENA COI DIAVOLI

Dopo i viaggi in Israele ed Egitto me ne tornai in Inghilterra nell'ottobre 1990, con un chiaro proposito in mente: dovevo andare ad Axum, e l'epoca migliore per compiere questo viaggio era il mese di gennaio 1991. Se fossi arrivato l prima del 18, avrei potuto partecipare alla cerimonia del Timkat, durante la quale speravo che l'Arca sarebbe stata portata in processione.
Eaphael Hadane, il sacerdote falasha che avevo intervistato a Gerusalemme, si era mostrato piuttosto scettico su questo punto: Non credo che i cristiani porterebbero mai fuori l'Arca vera, mi aveva detto, non lo farebbero mai. Non la mostrerebbero mai a nessuno. Piuttosto useranno una copia. Provenendo proprio da un uomo che si era recato ad Axum nella speranza di vedere la sacra reliquia, questo commento mi preoccupava non poco; tuttavia non vedevo altra soluzione che portare a termine il mio progetto - e questo significava affrontare le mie paure.
Poich la guerra civile continuava ad andar male per il governo, non vi era dubbio che avrei dovuto mettermi nelle mani del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigre se volevo veramente arrivare ad Axum. Sapevo che, nel corso degli anni, avevano accolto decine di stranieri nelle zone da loro controllate senza che a nessuno di essi fosse stato torto un capello. Io, invece, avevo molta paura che a me di capelli ne avrebbero torti tanti. perch?
La risposta a questa domanda stava negli stretti legami che avevo stabilito con il regime etiope nel periodo 1983-1989. Alla fine del 1982 avevo abbandonato il giornalismo, la mia precedente attivit, mi ero messo in proprio e avevo fondato una casa editrice, che si proponeva di produrre libri e altre forme di documentazione per un'ampia gamma di clienti, compresi alcuni governi africani. Uno dei miei primi incarichi mi fu affidato dalla Commissione etiope per il Turismo, ed era stato proprio questo incarico, come riportato nel capitolo primo, a condurmi ad Axum la prima volta, nel 1983.
Ne era risultato un libro divulgativo1 che era molto piaciuto al governo etiope, il quale mi aveva quindi commissionato in seguito molti altri progetti simili. In quel periodo avevo quindi stretto contatti con molti personaggi potenti: Shimelis Mazengia, il Capo dell'Ideologia, altri attivisti del Politburo e del Comitato Centrale come Berhanu Bayih e Kassa Kebede, e non ultimo il cosiddetto imperatore rosso d'Etiopia, il presidente Mengistu hail Mariam in persona - il potente militare che aveva preso il controllo del paese a met degli anni Settanta e la cui fama di spietato soppressore di ogni forma di dissenso non aveva praticamente eguali in tutta l'Africa.
Per certi versi, si pu dire che quando lavori a stretto contatto con delle persone cominci a vedere le cose come loro. E questo fu proprio ci che accadde a me durante gli anni Ottanta, tanto che, nella seconda met del decennio, ero divenuto uno dei pi accesi sostenitori del governo etiope. Anche se non approvai mai i metodi di repressione interna, riuscii a convincermi che alcune iniziative prese dal governo erano giustificate e utili: tra queste la politica di reinsediamento inaugurata nel 1984-1985 con l'obiettivo di spostare pi di un milione di contadini dal Tigre (allora ancora sotto il controllo governativo) piegato dalla carestia alle terre vergini del sud e dell'ovest del paese. A quel tempo ero convinto che ci fosse necessario perch vaste aree del nord erano diventate inabitabili deserti sull'orlo di un totale, irreversibile collasso ecologico. I leader politici del FLPT, invece, vedevano questo reinsediamento in un'ottica molto diversa, come una grave minaccia a quella ribellione cui stavano disperatamente cercando di dar forma. Essi erano convinti che il vero scopo di questa sinistra politica fosse quello di privare il movimento della sua stessa base, poich era evidente che ogni contadino tolto dal Tigre rappresentava potenzialmente una risorsa in meno per il Fronte. Appoggiando il reinsediamento, dunque, come avevo fatto pubblicamente in varie occasioni, ero andato dichiaratamente contro gli interessi del FLPT. Ma erano anche altre le vie in cui avevo finito per identificare me stesso con il governo etiope. Poich avevo avuto parecchi incontri con il presidente Mengistu, per esempio, mi fu chiesto di tracciarne un profilo per la redazione esteri della BBC: questo profilo, mandato in onda nel 1988, lo aveva ritratto in una luce molto pi favorevole di quanto, a parere dei. pi, egli meritasse. E questo, in effetti, rispecchiava la mia opinione: avendo conosciuto l'uomo abbastanza bene, mi ero convinto che il suo carattere fosse molto pi profondo e sottile di quanto si pensasse. Il risultato, per, era stato quello di rendermi molto impopolare agli occhi dei suoi innumerevoli detrattori e di dare al FLPT un ulteriore motivo per concludere che io patteggiavo decisamente per il governo.
Poi, nel 1988 e all'inizio del 1989, il mio coinvolgimento con il regime di Addis Abeba aveva assunto dei contorni nuovi. Per pi di un anno avevo compiuto una serie di strani viaggi portando avanti e indietro dei messaggi tra l'Etiopia e la vicina Somalia, dove a quel tempo dominava un altro dittatore con il quale ero in buoni rapporti, il presidente Mohamed Siad Barre. Questi viaggi avevano
lo scopo di sostenere il vacillante processo di pace tra i due paesi, e
il mio ruolo principale era quello di rassicurare ognuno dei due capidi stato che la sua controparte prendeva sul serio il negoziato eavrebbe quindi rispettato un eventuale trattato di pace.
A quel tempo ero convinto che quella per cui mi stavo impegnando era una buona causa, senz'altro giusta e degna di lode. Inoltre, il mio ego era lusingato da questo ruolo di mediatore onesto tra due avversari tanto potenti e pericolosi come Mengistu e Barre. Questi risvolti psicologici, per, mi avevano reso completamente cieco di fronte al rovescio della medaglia di queste mie attivit - e cio la possibilit che le strette relazioni personali che avevo dovuto instaurare con questi uomini crudeli e calcolatori potessero corrompermi e farmi scendere a compromessi con me stesso. C' un vecchio proverbio che raccomanda a chiunque voglia cenare con il diavolo di usare un cucchiaio lungo. Durante il mio

exploit di diplomatico dilettante, nel 1988-1989, io cenai con due diavoli - e purtroppo non usai alcun cucchiaio.
E se qualcuno volesse chiedermi se da questa esperienza uscii in qualche modo guastato, dovrei onestamente rispondere di s. Potrei anche aggiungere che ora mi pento di ci che ho fatto e che, se potessi tornare indietro, starei certo ben attento a non lasciarmi prendere dalle lusinghe e dall'ambizione personale e a non farmi irretire da una tale, indegna compagnia.
Il fatto era, comunque, che a questo punto dovevo convivere con le conseguenze dei miei errori. Una di queste conseguenze era che, nell'ambito del processo di pace somalo-etiope per il quale mi ero adoperato, le parti avevano concluso un accordo che tagliava tutti i contributi, in soldi e armi, che fino a quel momento ciascuno aveva fornito ai ribelli dell'altro stato. Ci, naturalmente, colpiva gli interessi del ELPT che, per diversi anni, aveva mantenuto una sede staccata a Mogadiscio, la capitale somala. Ancora una volta, quindi, avevo dimostrato di essere un nemico della causa del Tigre e un amico di Mengistu hail Mariam, il dittatore che essi consideravano la vera incarnazione del diavolo.
Ecco qual era la situazione, quando, nel novembre 1990, tentai timidamente di aprire un contatto con la filiale londinese del FLPT. Mi aspettavo che essi rifiutassero seccamente la mia richiesta di andare ad Axum; ma nella mia mente, resa paranoica dal rimorso e dalla cattiva coscienza, si era formata anche un'altra paura: forse i guerriglieri mi avrebbero dato il permesso di recarmi nella citt sacra; poi, una volta attraversato il confine tra il Sudan e il Tigre, avrebbero simulato un fatale incidente; per quanto melodrammatico, e perfino assurdo, potesse sembrare questo pensiero, esso era davvero molto vivo e reale in me.

Ricerca o storia di copertura?
La risposta del FLPT al mio primo approccio non fu, da questo punto di vista, particolarmente strana: s, sapevano chi ero; s, erano abbastanza meravigliati che volessi andare ad Axum; ma no, non si opponevano ai miei progetti.

Vi era tuttavia un problema. Avrei avuto bisogno di un visto del governo del Sudan per poter volare fino a Khartum, e di un altro permesso di viaggio interno per poter attraversare le centinaia di chilometri di deserto tra Khartum e la frontiera del Tigre.
Purtroppo era impensabile ottenere un visto dal Sudan per un cittadino britannico negli ultimi mesi del 1990: si profilava infatti un grande conflitto di potenze nel Golfo Persico e il Sudan si era schierato dalla parte dell'Iraq. La Gran Bretagna, quindi, ponendosi dalla parte degli Stati Uniti, aveva reso i suoi sudditi persone non gradite a Khartum.
Ma il FLPT non aveva modo di aggirare questo divieto? S, mi risposero, ma riservavano i loro sforzi a visitatori che fossero loro amici o che potessero attivamente contribuire alla loro causa. Poich io non ero un amico, e non sembrava che potessi offrire loro qualcosa che li potesse avvantaggiare, avrei dovuto arrangiarmi da solo con le autorit sudanesi. Se ci fossi riuscito e se fossi arrivato fino alla citt di frontiera di Kassala, allora il FLPT mi avrebbe fatto passare il confine e mi avrebbe permesso di andare fino ad Axum.
Ma i miei contatti con l'ambasciata sudanese di Londra non fecero che acuire il mio senso di inutilit e di depressione. In quanto giornalista dovevo presentare la mia richiesta di visto al Consigliere per l'Informazione, il Dr. Abdel Wahab El-Affen-di, che si rivel essere un giovanotto tutto azzimato in abito scuro. Mi disse, con estrema cortesia, che dovevo abbandonare ogni speranza per il momento: nell'attuale clima politico non vi era alcuna possibilit di ottenere un visto di entrata in Sudan, e tanto meno che mi fosse concesso di compiere un viaggio interno da Khartum a Kassala.
Le possibilit aumenterebbero se il FLPT mi sostenesse?, domandai.
Senz'altro. Lo faranno?.
Ehm... non adesso. Hanno altre priorit.
Ecco, lo vede, sospir il Dr, Affendi con l'aria di chi ha appena trovato una conferma al suo punto di vista, sta perdendo il suo tempo.

Domandai: Le dispiacerebbe inoltrare comunque la mia richiesta a Khartum?.
Il Consigliere per l'Informazione fece un bel sorriso e rivolse in alto tutti e due i palmi delle mani con un gesto tanto eloquente quanto falso che voleva simulare le sue scuse: Sar felice di farlo, ma le assicuro che non cambier le cose.
Per tutto il mese di novembre rimasi in contatto telefonico col Dr. Affendi. Non c'erano novit per me. E dopo la mia prima discussione con il FLPT il 2 novembre, tornai da loro il 19, questa volta per parlare con Tewolde Gebru, il loro capo missione. Durante questo incontro ebbi la sensazione che le mie motivazioni fossero messe abilmente alla prova per scoprire se si poteva credere a quanto dicevo o se per caso la vera ragione per cui volevo andare ad Axum non avesse pi a che fare con le ambizioni militari del regime di Addis Abeba.
Naturalmente, io sapevo di essere interessato unicamente all'Arca dell'Alleanza. Non era la prima volta, per, che la mia ricerca veniva scambiata per la copertura di un'opera di spionaggio: perci non sapevo bene se dovevo essere al settimo cielo o in preda al panico quando, alla fine della nostra conversazione, Tewplde mi disse che avrebbe chiesto alla sede del Fronte a Khartum di appoggiare la mia richiesta di visto e di permesso di viaggio interno.
Un accordo
Durante le successive tre settimane non ebbi alcuna notizia n dal FLPT n dall'ambasciata sudanese di Londra. Sembrava che si fosse arrivati a una condizione di stallo e cominciai a capire che dovevo fare qualcosa per sbloccare la situazione.
L'idea che alla fine mi venne in mente era molto semplice. Era evidente che in Etiopia la guerra era accompagnata da un'accesa propaganda: nell'ambito di questa campagna denigratoria il governo aveva accusato il FLPT - probabilmente a torto - di aver depredato e bruciato le chiese. Decisi quindi che potevo cogliere un'opportunit per assicurarmi la cooperazione dei ribelli se avessi potuto offrire loro la prospettiva di un reportage televisivo sulla libert religiosa del Tigre sotto la loro amministrazione -un reportage in cui essi avrebbero avuto l'occasione di confutare le accuse che erano state mosse contro di loro.
Non volevo per fare, attraverso i media, una pubblica dichiarazione in favore del FLPT - sia perch mi restava ancora un residuo senso di lealt verso membri del governo come Shimelis Mazengia che mi avevano aiutato per anni, sia perch trovavo disdicevole un voltafaccia cos totale.  vero che le mie idee sui problemi politici etiopi erano gi cambiate e ancora stavano cambiando;, tuttavia, alzarmi all'improvviso e difendere a spada tratta il FLPT solo perch adesso volevo andare ad Axum era proprio il tipo di comportamento che, negli ultimi mesi, avevo maggiormente disprezzato in me stesso.
Ma la soluzione che avevo elaborato per risolvere questo problema era quasi altrettanto falsa: non sarei stato io a preparare ne a presentare questo reportage in televisione; lo avrei fatto fare da qualcun altro.
La persona che avevo in mente era un vecchio amico, un ex produttore della BBC di nome Edward Milner che si era messo in proprio qualche anno prima. Era tornato da poco dalla Colombia dove aveva girato un reportage per uno dei canali della televisione britannica; pensai quindi che forse poteva interessargli girare un filmato simile nel Tigre. Naturalmente era fuori discussione cercare di indirizzarlo in una particolare direzione: sapevo che era una persona onesta e che avrebbe insistito per avere la completa libert di filmare e di raccontare esattamente ci che vedeva sul campo. Contavo per sul fatto che il FLPT potesse avere pi interesse a sostenere il mio viaggio ad Axum se questo fosse stato legato a un importante servizio televisivo. Sapevo infatti per esperienza che tutti i gruppi di ribelli sono ansiosi di farsi pubblicit e non credevo affatto che il FLPT rappresentasse un'eccezione a questa regola.
Mercoled 10 dicembre telefonai quindi di nuovo a Tewolde Gebru e gli chiesi se aveva delle novit riguardo al mio visto di ingresso in Sudan e al mio permesso di viaggio interno.
Nessuna novit, rispose. I nostri inviati in Sudan sono molto occupati, e il suo caso non  certo una priorit per loro.
Farebbe qualche differenza se potessi offrirvi un servizio televisivo?.

Dipende a quale riguardo.
Sulla questione della libert religiosa nel Tigre - e sui rapporti tra il FLPT e la Chiesa. Forse state vincendo la guerra sul piano militare, ma mi pare che la stiate perdendo su quello della propaganda....
Perch dice questo?.
Le far un esempio. Siete stati recentemente accusati di aver depredato e bruciato delle chiese, vero?.
S.
E questo vi ha portato qualche danno, no?.
Veramente ci ha portato parecchi danni, sia sul piano interno che internazionale.
Ed  vero?.
No. Non  affatto vero.
Eppure  stato detto. E una volta lanciata un'esca di questo genere,  difficile che la preda non abbocchi. Giocai quindi la mia carta vincente:  evidente che fa parte di un piano molto ben congegnato del governo contro di voi. Ascolti, lasci che le legga un brano tratto da un articolo del Times del 19 ottobre. Avevo davanti un ritaglio di giornale che mi aveva procurato la mia assistente. Il governo etiope, lessi, vuole soprattutto il sostegno della Chiesa nella sua lotta contro un'ulteriore disintegrazione dello stato. Il presidente Mengistu ha detto recentemente: "La nostra nazione  il prodotto del processo della storia ed esiste da migliaia di anni. Sono le stesse reliquie storiche a provarlo". Ironicamente, il presidente contrappone anche il suo regime liberistico a quello che viene presentato come il vetero-comunismo e anticlericalismo dei movimenti secessionisti....
Conosco quest'articolo, mi interruppe Tewolde. Qualsiasi liberalizzazione compiuta ora da Mengistu non  che una cinica misura volta ad attirargli il favore popolare dopo che ha visto che non pu sconfiggerci sul campo di battaglia.
Ma non  questo il punto. Il problema  che dovete fare qualcosa per attenuare la vostra immagine anticlericale. Un reportage giornalistico trasmesso alla televisione nazionale qui in Inghilterra potrebbe aiutarvi parecchio. Se girassimo questo servizio al Timkat - che  proprio il momento in cui voglio essere ad Axum -

le processioni e tutta l'atmosfera contribuirebbero a dimostrare che il FLPT non  affatto contro la Chiesa e che anzi voi siete i guardiani della reliquia storica pi preziosa di tutte.
Forse ha ragione.
Allora devo provare a vedere se riesco a organizzare un servizio per la televisione?.
Sarebbe una buona idea.
E se ci riesco, pensa che sarete in grado di assicurarmi visti epermessi per tempo?. 
S. Credo di poterglielo garantire.
L'undicesima ora
Dopo aver finito con Tewolde, mi precipitai a chiamare al telefono il mio amico Edward Milner, gli spiegai la situazione e gli chiesi se gli interessava offrire la storia del Tigre a un canale della televisione nazionale.
La prospettiva lo interessava e, per mercoled 12 dicembre, egli aveva gi in mano il contratto firmato dai responsabili della rete televisiva, che inviammo per fax al FLPT insieme ai dati del passaporto di Ed. Mandammo anche una lettera di accompagnamento dicendo che dovevamo partire per il Tigre non pi tardi di mercoled 9 gennaio - in tempo per il Tmkat. Passarono due settimane e ancora non avevamo notizie dal FLPT. I visti e i permessi, anche se richiesti ora con molta premura, non arrivavano. Telefonatemi subito dopo Capodanno, ci disse Tewolde.
Venerd 4 gennaio 1991 cominciavo ormai a perdere le speranze e a provare una strana sensazione di rimpianto e sollievo insieme: rimpianto perch non ero riuscito a portare a termine la mia ricerca; sollievo perch avevo almeno accontentato il mio senso dell'onore facendo del mio meglio per riuscirci - e perch in questo modo mi sentivo al sicuro da tutti i pericoli, reali o immaginari, che avrei dovuto affrontare nel caso di un viaggio nel Tigre. Poi, nel tardo pomeriggio, telefon Tewolde: Potete partire, annunci, abbiamo sistemato tutto. Come stabilito, Ed e io partimmo per Khartum il 9 gennaio. Da l un viaggio via terra di meno di una settimana ci avrebbe portato alla citt sacra di Axum.


Capitolo Diciottesimo UN TESORO DIFFICILE DA RAGGIUNGERE

Ed Milner e io sbarcammo dal volo KLM che ci aveva condotti a Khartum e scendemmo la scaletta dell'aereo avvolti nell'abbraccio dell'umida notte africana. Non avevamo visti, solo numeri di riferimento che ci erano stati dati dal FLPT a Londra. Questi numeri, per, erano ben noti al funzionario dell'immigrazione che ci accolse all'arrivo e che ci ritir i passaporti mentre andavamo a prendere i bagagli.
Con una bella moglie thailandese e due splendidi bambini, Ed era uno dei miei pi vecchi amici, ed era stato anche testimone alle mie nozze. Di corporatura piuttosto bassa e robusta, con capelli scuri e lineamenti angolosi, egli  un ottimo professionista della televisione, e fa tutto da solo: produce, dirige, gira filmati e sceglie la colonna sonora. Erano state proprio queste sue capacit, al di l dei suoi contatti con le reti televisive, a farmi scegliere lui per questa impresa, perch anche se avevo dovuto impegnarmi con il FLPT a preparare un servizio giornalistico, non avevo nessuna voglia di complicare ulteriormente il mio viaggio con la presenza di tutta una troupe televisiva.
Il nome completo di Edward  John Edward Douglas Milner; all'arrivo all'aeroporto di Khartum rizzammo quindi le orecchie quando sentimmo questo avviso all'altoparlante: John Edward, John Edward, John Edward. Mr. John Edward  desiderato immediatamente all'Ufficio Immigrazione. Ed obbed e subito scomparve. Mezz'ora dopo avevo recuperato tutti i nostri bagagli e il mio passaporto, con tanto di visto dell'immigrazione.

Pass un'altra mezz'ora, poi un'ora, poi un'ora e mezza. Finalmente, molto dopo mezzanotte, quando tutti i passeggeri avevano ormai passato la dogana e l'aeroporto era praticamente deserto, ricomparve il mio collega, con un'aria perplessa ma allegra. Per qualche ragione, spieg, il nome John Edward fa parte della lista nera della polizia. Ho cercato di chiarire che io sono John Edward Milner ma sembra che non capiscano. Hanno trattenuto il mio passaporto, devo venire domani mattina a ritirarlo.
Il FLPT aveva mandato un'auto a prenderci all'aeroporto. L'autista, che non parlava inglese, ci fece attraversare le strade deserte di Khartum, fermandosi continuamente a posti di blocco stradali gestiti da rozzi soldati pesantemente armati, che esaminavano, senza capirli, i lasciapassare che egli mostrava loro.
Io ero gi stato in Sudan - anzi, tra il 1981 e il 1986 vi ero andato con una certa regolarit. Ma capii subito che da allora molto era cambiato. Tanto per cominciare, era evidente dai posti di blocco che era in vigore un rigido coprifuoco, di cui prima non si era mai sentito parlare. E poi, l'atmosfera stessa era diversa: vi era qualcosa di sinistro in quegli edifici anneriti, nei vicoli pieni di immondizie e nelle bande di cani randagi che vagavano per la citt. Non era mai stata una citt molto ordinata, ma quella sera Khartum mi sembr particolarmente brutta e fuori posto, in un senso che non avevo mai riscontrato prima.
Arrivati nel centro della citt girammo a destra verso lo Sha-riah-el-Nil, subito a nord del grande palazzo vittoriano dove, nel 1985, il generale Charles Gordon era stato ucciso dai dervisci mandi.
Shariah-el-Nil significa Strada del Nilo o Via del Nilo e infatti stavamo ora costeggiando quel grande fiume. Sopra di noi, le chiome degli alberi ci nascondevano la vista delle stelle, mentre, alla nostra destra, si intravedeva tra gli spessi tronchi e i rami pendenti, il maestoso corso del Nilo, che scorreva pacatamente verso il lontano Egitto.
Alla nostra sinistra passammo davanti alla vuota terrazza del Grand Hotel, un tempo elegante luogo di ritrovo, che oggi appariva invece abbandonato e decaduto. Poco dopo, a un rond, ci fermammo a un ultimo posto di blocco, e l'autista fu di nuovo

costretto a mostrare il lasciapassare. Infine entrammo in quella lingua di terra che sta alla confluenza del Nilo Azzurro con quello Bianco, dove sorge l'Hotel Hilton di Khartum. Appena entrato nella pulitissima hall dell'hotel, sentii un fortissimo desiderio di due, forse tre, doppie vodke con ghiaccio e acqua tonica, ma quando cercai di ordinarle dalla camera, mi ricordai di un fatto importante che avevo dimenticato: da quando il paese aveva adottato la legge islamica, a met degli anni Ottanta, in Sudan era vietata la vendita di alcolici.
La mattina dopo, gioved 10 gennaio, Ed e io prendemmo un taxi e ci recammo agli uffici della Societ di Sostegno del Tigre, dove il FLPT di Londra ci aveva detto di andare per prendere gli ultimi accordi per il nostro viaggio. Notammo che i nostri nomi erano scarabocchiati su una lavagna in una stanza del piano di sopra; ma, a parte questo, sembrava che nessuno sapesse niente di noi. Non fu neanche possibile prendere subito contatto con hail Kiros, capo missione del FLPT a Khartum: gi da prima inaffidabile, il sistema telefonico della citt sembrava essere andato completamente in tilt quella mattina.
Non possiamo andare in macchina all'ufficio del FLPT?, chiesi a uno dei funzionari della Societ.
No.  meglio che stiate qui. Troveremo noi hail Kiros.
A met mattina non c'erano ancora novit. Decidemmo che io sarei rimasto l ad aspettare hail Kiros e che Ed sarebbe invece andato all'aeroporto a prendere il suo passaporto. E cos fece. Due ore dopo, per, non era ancora tornato, e nemmeno vi era segno del funzionario del FLPT o di qualcuno che fosse anche minimamente interessato a me o al mio progetto di andare ad Axum.
Di buono c'era, pensai, che questo loro atteggiamento non sembrava certo avvalorare la mia paranoica paura di essere ucciso nel Tigre; anzi, se c'era qualcosa da temere, era che tutta questa lentezza mettesse in pericolo la possibilit stessa di arrivare nel Tigre.
Guardai l'orologio e vidi che era l'una passata. Tra meno di un'ora tutti gli uffici di Khartum avrebbero chiuso, compresi probabilmente la Societ di Sostegno al Tigre e il FLPT. Il giorno dopo, venerd, era il sabato islamico, e perci era evidente che non sarebbe successo nulla fino a sabato 12 gennaio.
E poi dov'era Ed? Forse era tornato direttamente all'Hilton. Cercai di telefonare all'albergo, ma naturalmente non ci riuscii. Sempre pi irritato, scrissi due parole per hail Kiros dandogli il mio numero di camera e pregandolo di mettersi in contatto con me. Lasciai il biglietto a uno dei giovani impiegati, molto gentili, che lavoravano nell'ufficio, e uscii per strada in cerca di un taxi.
Andai anzitutto all'Hilton, ma Ed non c'era; poi, per scrupolo, tornai alla Societ di Sostegno al Tigre, ma Ed non era neanche l. Ordinai allora al tassista di portarmi all'aeroporto dove, dopo una paziente indagine, riuscii a scoprire che il mio collega era stato trattenuto dalla polizia, che ora lo stava interrogando.
Potevo andare a vederlo?
No.
Potevo avere qualche altra informazione?
No.
Quando sarebbe tornato?
Oggi, domani, forse sabato, mi spieg un signore che parlava inglese e che mi stava gentilmente assistendo. Nessuno lo sa. Nessuno lo vuol dire.  la Polizia per la Sicurezza Nazionale che lo sta trattenendo. Uomini molto cattivi. Molto impossibile per lei fare qualunque cosa. A questo punto, molto preoccupato, corsi all'ufficio informazioni dell'aeroporto, che - con mia grande sorpresa - era aperto. Qui, non senza una certa difficolt, riuscii a ottenere il numero di telefono dell'ambasciata britannica. Dopo aver trovato un telefono funzionante, provai a telefonare, ma purtroppo dall'altra parte non mi rispose nessuno.
Due minuti dopo ero di nuovo in taxi. Il conducente non sapeva dove si trovava l'ambasciata - anche se mi aveva detto il contrario - e cos, attraverso un susseguirsi di tentativi falliti, ci mettemmo pi di un'ora per trovarla.
Trascorsi il resto del pomeriggio all'aeroporto con due membri dell'ambasciata inglese che avevo scoperto mentre bevevano illegalmente al circolo dell'ambasciata. Neanche loro, per, ebbero pi successo di me nel cercare di stabilire perch, o dove, era

tenuto Ed. I loro sforzi, inoltre, erano ulteriormente complicati dal fatto che Yasser Arafat, il leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, era appena arrivato con un jet libico per discutere della crisi del Golfo con il dittatore militare del Su-dan, il generale Ornar el-Bashir. Plotoni di soldati armati fino ai denti si aggiravano per l'aeroporto sozzando sentimenti patriottici anti-occidentali e rendendo la vita difficile a tutti. I miei due diplomatici, poi, non erano particolarmente di buon umore. Tutti i cittadini britannici sono stati avvertiti di stare alla larga da questo maledetto paese, disse uno di loro con una lieve nota di accusa nella voce. Ora forse capir il perch.
Verso le nove di sera, senza che avessero ancora rilasciato Ed, tornai all'Hilton per cenare. Poi, poco dopo le dieci, me lo vidi comparire nella hall, con mio grande sollievo: aveva l'aria un po' stanca e tirata, ma per fortuna niente di pi.
Mi mostr il palmo delle mani e si sedette al mio tavolo. Mi hanno preso le impronte digitali, spieg. Quindi cerc di ordinare un gin tonic, ma ovviamente non gli fu possibile ottenerlo, e dovette ripiegare, con qualche brontolio, su una birra tiepida e non alcolica.
In pista
Si dimostr alla fine che non era stata la temuta Polizia per la Sicurezza Nazionale a trattenere Ed, bens la sezione sudanese dell'Interpol. Sembra infatti che il nome John Edward fosse uno dei tanti pseudonimi usati da un trafficante di droga per il quale era stato spiccato un mandato di cattura internazionale. Ci che pi aveva insospettito i funzionari investigativi era che Ed avesse sul passaporto un visto di ingresso in Colombia, la capitale mondiale della cocaina. Il fatto che egli fosse qui'per girare un servizio per la televisione inglese sembrava non interessare affatto gli investigatori sudanesi, come pure l'assoluta non-somiglianza di Ed con la fotografia dell'uomo ricercato diffusa dall'Interpol. Per fortuna l'Interpol aveva mandato anche una serie di impronte digitali del narcotrafficante e, nella tarda serata, a

qualcuno era venutala brillante idea di confrontare le impronte di Ed con quelle: il rilascio era seguito poco dopo.
Il giorno dopo raccontammo tutta la storia a hail Kiros, il rappresentante del ELPT, che venne all'Hilton a met pomeriggio, e chiudemmo questa incresciosa faccenda con una bella risata.
Poi cominciammo a discutere i dettagli del nostro viaggio ad Axum e, durante la discussione, mi sorpresi a esaminare hail Kiros con molta attenzione: non trovai per assolutamente nulla, nel suo comportamento, che facesse pensare che egli stesse progettando di farmi fuori; anzi, era una persona affabile, molto alla mano, chiaramente devota alla causa politica volta al rovesciamento del governo etiope, ma per il resto completamente priva di malizia. Mentre parlavamo, cominciai a rendermi conto che nei mesi precedenti avevo vissuto ogni cosa in una prospettiva assolutamente distorta: guardando ora l'amichevole realt di hail Kiros, tutte le paure e le ansie che avevo provato all'idea di mettermi nelle mani dei ribelli mi sembravano davvero inutili e tutta la fosca immaginazione che avevo fatto entrare nella mia vita mi pareva assurda.
La mattina di sabato 12 gennaio si un a noi un funzionario del FLPT di cui avrei saputo sempre soltanto il nome, Hagos. Di corporatura esile e un po' curva, con una carnagione butterata da segni di un'antica varicella, egli ci spieg che era stato incaricato di accompagnarci ad Axum - dove era nato - e di ritornare con noi al termine dell'operazione. Intanto, qui a Khartum, ci avrebbe aiutato a ottenere i permessi di viaggio per il confine e a noleggiare un'auto.
A mezzogiorno avevamo ormai terminato tutte le pratiche burocratiche e nel tardo pomeriggio ci accordammo con un uomo d'affari eritreo residente in Sudan, il quale acconsent a fornirci una robusta Toyota Landcruiser, un autista ancora pi robusto di nome Tesfaye e sei taniche per il carburante. A 200 dollari al giorno il noleggio mi parve un affare: sapevo che gran parte del viaggio avremmo dovuto compierlo di notte, su precarie strade di montagna, per evitare di attirare l'attenzione dell'aviazione governativa che tuttora, durante il giorno, pattugliava i cieli della provincia ribelle del Tigre.

Il giorno dopo, domenica 13 gennaio, lasciammo Khartum poco prima dell'alba. Davanti a noi si stendevano centinaia di chilometri di deserto sudanese che cominciammo a percorrere a grande velocit. Tesfaye, il nostro conducente, era un personaggio quasi piratesco, con capelli crespi, denti gialli di tabacco e sguardo perso; maneggiava per la Landcruiser con grande sicurezza ed era evidente che conosceva benissimo la strada. Accanto a lui sedeva Hagos, mentre Ed e io stavamo nei sedili posteriori, quasi senza parlarci, mentre il sole di una nuova, calda giornata si alzava a salutarci.
Eravamo diretti alla citt di frontiera di Kassala, dove, quella sera, un convoglio di autocarri della Societ di Sostegno del Tigre sarebbe partita per attraversare il confine. Il nostro piano era di unirci al convoglio e proseguire con esso fin dove possibile in direzione di Axum.  pi sicuro viaggiare in gruppo, spieg Hagos, nel caso qualcosa andasse storto.
Il viaggio da Khartum a Kassala mi aiut a capire quanto fosse monotono e vuoto il paesaggio del Sudan. Tutto attorno a noi, in ogni direzione, un'arida pianura si allungava verso l'orizzonte, rendendomi consapevole, come non lo ero mai stato prima, della leggera ma inesorabile convessit della superficie terrestre.
Poi, verso mezzogiorno, cominciammo a vedere carogne arse dal sole di pecore, capre, bovini e perfino cammelli. Erano le prime avvisaglie di una grande carestia che avrebbe presto fatto morire anche molte persone, ma che fino a quel momento il governo del Sudan si era rifiutato non solo di affrontare con opportuni provvedimenti, ma persino di riconoscere. Era senz'altro un atto di fatale arroganza da parte del governo - l'incallita follia di un altro dittatore africano ossessionato dalla volont di mantenere il proprio prestigio e il proprio potere a prezzo di immense sofferenze umane.
Ma non avevo forse io stesso sostenuto dittatori di tal fatta in passato? E anche adesso non si poteva certo dire che avessi tagliato ogni legame con essi. Perci chi ero io per giudicare? Chi ero per provare rammarico? E con quale diritto cercavo ora di solidarizzare con gli spodestati?

Kassala
Poco prima delle due, quel pomeriggio, attraversammo il fiume Atbara nei pressi della sua confluenza con il Tacazz e mi accorsi con sorpresa di quanto rapidamente la grande distanza che mi separava un tempo da Axum si fosse accorciata. Solo un mese prima, quella distanza mi sembrava incolmabile - un abisso ampio e profondo pieno di indicibili incubi. Ora, quindi, mi pareva quasi un miracolo essere qui e posare gli occhi sugli stessi fiumi che, ne ero certo, gli emigranti ebrei avevano seguito quando avevano portato l'Arca dell'Alleanza in Etiopia - i potenti fiumi che dilavavano la terra ombreggiata di ali, che allagavano gli assetati deserti del Sudan, che si fondevano con il Nilo, e che oltrepassavano Elefantina e Luxor, Abydos e il Cairo, per andare a morire nel Mar Mediterraneo. 
Poco dopo le tre del pomeriggio arrivammo a Kassala, una citt costruita attorno a un'oasi di palme da dattero e dominata da una misteriosa collina di granito che si elevava per quasi 800 metri sulla piana circostante. Questa collina rossa e arida, scoprii, anche se appariva isolata, era in realt il primo avamposto delle grandi montagne d'Etiopia.
Sentii un brivido di eccitazione all'idea di essere tanto vicino al confine - solo pochi chilometri - e mi guardai intorno con rinnovato interesse in questa confusa citt di frontiera che stavamo attraversando. Dovunque, nonostante il caldo soffocante, la gente si radunava a gruppi, riempiendo le strade polverose di brillanti colori e suoni. Da una parte un gruppo di intraprendenti montanari, scesi dalle montagne abissine per barattare prodotti della montagna con prodotti del deserto, se ne stavano l a discutere con uno stalliere; da un'altra parte un nomade con la tipica capigliatura crespa sedeva a cavalcioni del suo cammello e guardava il mondo con occhi arroganti; un religioso musulmano, vestito di stracci, dispensava benedizioni a chi gli dava dei soldi e maledizioni a chi non lo faceva; pi in l un bambino, urlando allegramente, tormentava con un bastone un gruppo di ragazzi...
Hagos diede istruzioni a Tesfaye affinch ci portasse a una piccola costruzione col tetto piatto, alla periferia della citt. Dovete

rimanere qui, spieg, finch non sar ora di passare la frontiera. Le autorit sudanesi sono piuttosto imprevedibili in questo momento. Perci sar meglio che teniate gi la testa e che restiate dentro. In questo modo non ci saranno problemi.
Chi abita qui?, domandai mentre scendevamo dalla Land-cruiser.
E una casa del FLPT, rispose Hagos, facendoci entrare in un cortile sul quale si affacciavano parecchie stanze. Riposatevi, dormite un po', se potete. Vi aspetta una lunga notte.

Attraverso il confine
Verso le cinque, quel pomeriggio, ci portarono in una landa aperta e polverosa, piena di ossa di animali morti. Sciami di mosche mi ronzavano attorno e qua e l, tra vertebre e clavicole sgretolate, vi erano dei mucchietti di escrementi umani. Alla mia destra, il sole si avviava al tramonto andando a sistemarsi tra la grande collina granitica di Kassala e la citt stessa, e creando nel cielo un surreale quadro di sfumature rosse e viola. Tutta la scena, pensai, assomigliava a una visione esistenzialista sulla fine del mondo terreno.
Dove siamo esattamente?, domandai a Hagos.
Oh... qui  dove si raduna il convoglio prima di passare la frontiera, spieg il funzionario del FLPT. Aspetteremo qui, mezz'ora, forse un'ora. Poi partiremo.
Ed salt immediatamente gi dalla Landcruiser e tir fuori il treppiede e la cinepresa per andare a cercare un buon punto da dove filmare l'arrivo dei carri. Il suo servizio per la televisione avrebbe trattato non soltanto le tematiche religiose, come io avevo detto al FLPT, ma anche la carestia che incombeva sul Tigre.
Mentre Ed preparava i suoi strumenti di lavoro, io vagavo assorto nei miei pensieri, tentando di tenere alla larga le mosche e cercando un posto dove sedermi e completare i miei appunti del giorno. L'atmosfera di quell'ossario, per, mi aveva completamente deconcentrato e inoltre il sole era ormai basso sull'orizzonte e la luce era troppo fioca per poter scrivere.

Dopo la calura del pomeriggio, l'aria si era rinfrescata e un vento tagliente sferzava i poveri edifici disposti a crchio attorno alla spianata. Alcune persone camminavano avanti e indietro -figure di uomini e donne avvolte nell'ombra che sembravano venire dal niente e aggirarsi senza meta. Piccoli gruppi di ragazzini si erano radunati a giocare in mezzo alle ossa e alla spazzatura e le loro grida si mescolavano al rumore di una mandria che passava.
Poi udii il rombo dei motori di alcuni veicoli che si avvicinavano; guardando nella direzione da cui sentivo provenire il rumore, vidi un bagliore di fari, poi un'intensa scia di luce. Infine vidi uscire dal buio la sagoma mastodontica di una ventina di autocarri Mercedes. A mano a mano che mi sfilavano davanti vidi che erano tutti carichi di sacchi di grano, talmente carichi che le sospensioni avevano ceduto e il telaio cigolava.
Gli autocarri si fermarono in file parallele al centro del piazzale, e l vennero raggiunti da altri camion che arrivavano dalla citt. Ben presto fluttuanti nubi di polvere e il rombo dei motori riempirono l'aria della sera; poi, come ad un segnale pattuito -che per nessuno aveva dato - il convoglio cominci a muoversi.
Corsi alla Landcruiser dove Ed, aiutato da Hagos, stava riponendo in fretta e furia il suo equipaggiamento fotografico; saltammo a bordo e partimmo seguendo la fila di autocarri. Sotto di noi la strada mostrava profondi solchi e scanalature e io mi domandai quanti convogli, da quanti anni, compivano questo percorso per portare cibo a gente affamata dalla follia e dalla crudelt del suo stesso governo.
Con la nostra auto veloce sorpassammo presto l'ultimo degli autocarri, e ne oltrepassammo un'altra dozzina prima che Te-sfaye - che si stava divertendo un mondo a fare l'autista di un safari-rally - si mettesse in posizione al centro del convoglio. Tutto attorno a noi la polvere e la sabbia sollevata dai camion creavano una densa nube che talvolta riduceva la visibilit a pochi metri.
Mentre sgranavo gli occhi per cercare di vedere dal finestrino al di l della polvere e del buio della sera incipiente, provai una sensazione di grande impeto misto a un senso di inevitabilit. Andavo per la mia strada, verso la meta che volevo, a vedere

ci che il Fato mi avrebbe riservato. E pensavo:  qui che voglio essere;  questo che voglio fare.
Poco prima delle sette arrivammo alla frontiera e ci fermammo a un posto di blocco sudanese - un insieme di casupole di fango in mezzo a una spianata arida e ventosa. Dal buio della sera emersero alcuni uomini in divisa, muniti di lanterne a prova di uragano, e cominciarono a controllare i documenti; poi, uno per uno, gli autocarri vennero fatti passare.
Quando venne il nostro turno, ordinarono ad Hagos di uscire dall'auto e cominciarono a discutere animatamente con lui, gesticolando e indicando spesso il sedile posteriore - dove Ed e io facevamo del nostro meglio per non destare sospetti. A un certo punto chiesero i nostri passaporti e cominciarono a esaminarli minutamente alla luce della lampada. Poi, all'improvviso, l'ufficiale sembr perdere interesse nei nostri confronti e se ne and a tormentare gli occupanti dell'autocarro che stava dietro di noi.
Hagos sal di nuovo sulla Landruiser e sbatt lo sportello.
Problemi?, domandai nervosamente.
No. Nessuno, rispose il funzionario del ELPT. Si gir e mi fece un bel sorriso: Niente paura, non hanno intenzione di arrestare di nuovo Ed. E tutto a posto. Possiamo partire.
Disse qualcosa in agrigna a Tesfaye, il quale disinnest allegramente il freno a mano e avvi il motore. Quindi passammo il confine ed entrammo in Etiopia - anche se non ancora nel Tigre. Sapevo che ci saremmo trovati prima nel territorio controllato dal Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo, un movimento di guerriglia pi vecchio del FLPT, che combatteva per la liberazione dell'Eritrea da quasi trent'anni e che ora, all'inizio del 1991, era pi vicino che mai al conseguimento del suo obiettivo. Mentre proseguivamo, chiesi ad Hagos se i due gruppi ribelli avevano dei legami.
Vi  molta cooperazione tra noi, spieg. Ma il FLPE combatte per creare uno stato eritreo a s stante, mentre noi del FLPT non perseguiamo la secessione, ma solo la possibilit di eleggere un governo democratico in Etiopia.
E per fare questo dovete rovesciare Mengistu?.
Certamente. Lui e il suo Partito dei Lavoratori sono il principale ostacolo alla libert nel nostro paese.

Proseguimmo per una mezz'ora, durante la quale non vedemmo alcun segno del resto del convoglio. Poi improvvisamente apparvero delle luci di fronte a noi e subito dopo ci fermammo in mezzo agli altri autocarri in quella che sembrava un'ampia vallata circondata da basse colline.
Perch ci fermiamo?, chiesi ad Hagos.
Aspettiamo che ci raggiungano gli altri veicoli che stavano dietro di noi. Inoltre facciamo salire dei combattenti del FLPT che viaggeranno con noi come guardie del convoglio.
Senza altra spiegazione Hagos usc dalla Lancruiser e spar. Ed agguant la sua telecamera e una luce manuale e scese anch'egli dalla macchina.
Decisi allora che avrei potuto anch'io fare quattro passi e dare un'occhiata intorno. Scesi dunque nella vellutata frescura della sera e rimasi per un po' vicino alla nostra vettura intento a guardare il cielo. I grappoli di stelle e la luna crescente diffondevano un debole chiarore, che nai permetteva di distinguere solo i contorni degli autocarri che mi stavano davanti, a fari ormai spenti. In lontananza, alla mia destra, quasi perduto in un'ombra densa, stava un boschetto di alberi di acacia; pi avanti una roccia bianca in cima a una collina rifletteva una luce delicata.
Gradualmente i miei occhi si abituarono al buio e potei distinguere con maggiore precisione ci che mi stava intorno. Gruppi di uomini feroci e con l'aria da briganti si aggiravano qua e l o se ne stavano accovacciati per terra parlando a voce bassa. E se in Sudan non si erano viste tante armi addosso alla gente, qui sembrava che tutti fossero dotati di armi automatiche.
Con un leggero senso di apprensione, camminavo tra gli autocarri parcheggiati e, dopo alcuni istanti, vidi Hagos che stava conversando con alcuni combattenti del FLPT vestiti con tute da combattimento. Mentre mi avvicinavo, sentii l'aspro rumore metallico di un fucile da assalto AK47 che veniva caricato, e pensai: Ecco, hanno deciso di spararmi e lo fanno adesso.
E invece Hagos mi fece unire al gruppo e mi present agli altri uomini. Mi ero sbagliato anche sul rumore che avevo sentito: non era qualcuno che stava caricando il fucile, ma qualcuno che lo stava togliendo dalla custodia per pulirlo. E di nuovo provai

un senso di vergogna di fronte alle paure che io stesso mi ero inflitto e che avevo sopportato nei mesi precedenti al mio viaggio; e decisi che da quel momento mi sarei fidato dei ribelli -come, d'altronde, essi avevano dovuto fidarsi di me.
Pass molto tempo prima che potessimo rimetterci in strada: uno degli autocarri che avevano passato il confine dietro di noi aveva bucato una gomma e sembrava che fosse una questione di principio mantenere il convoglio unito. Alla fine, comunque ripartimmo e viaggiammo per un altro paio d'ore.
Poi - credo che non fossero ancora le 11 di sera - ci fermammo di nuovo. Sembrava, anche se non ne ero certo, che fossimo in mezzo a un'ampia pianura. Tutti i veicoli si sistemarono uno accanto all'altro e spensero i fari.
Ci fermiamo per stanotte, annunci Hagos dopo un attimo di silenzio.
Perch?, domandai.
C' un riparo qui nelle vicinanze e dovremo passare l la giornata di domani. Il prossimo posto sicuro  troppo lontano perch possiamo arrivarci prima dell'alba. Detto questo, pos il fucile AK47 che in qualche modo si era procurato e si addorment.

Colazione a Tessenei
Anch'io dormii - anche se piuttosto male, per la verit - con i piedi e met delle gambe fuori dal finestrino laterale della Land-cruiser. Poi, dopo qualche ora di sonno scomodo e agitato, fui svegliato dal rombo di motori che si avviavano e dal forte e irrespirabile odore di gasolio.
Non avanzammo molto. Meno di un chilometro pi avanti vi era un fitto bosco fatto di alberi alti e frondosi: tutto il convoglio entr nel bosco allo scopo di nascondersi. Guardai sorpreso mentre tiravano fuori delle grandi tele cerate e ricoprivano con esse tutti i veicoli, compreso il nostro. Servono a evitare i riflessi di luce, spieg Hagos. In questo modo dal cielo non potranno quasi vederci, a meno che qualche oggetto brillante non attragga i Mig. Aggiunse poi che neanche la pi attenta opera

di camuffamento poteva garantirci una sicurezza assoluta: Talvolta i piloti bombardano apposta boschi come questi, perch sanno che spesso gli autocarri che trasportano gli aiuti vengono a ripararsi qui.
Mentre proseguivano le operazioni di occultamento, il sole era ormai sorto e, alla pallida luce del giorno appena cominciato, vidi, come una sorta di salutare lezione, le carcasse di due autocarri Mercedes bruciate e annerite dal fumo. Li hanno colpiti qualche settimana fa, disse Hagos. E stata solo sfortuna. Stacc quindi da un albero un ramo coperto di foglie e si avvi verso lo spiazzo sabbioso che stava dietro di noi, per raggiungere Te-sfaye e vari altri conducenti impegnati a cancellare dal terreno le tracce dei pneumatici che portavano al bosco.
Verso le otto del mattino era ormai tutto sistemato e Hagos propose di andare a piedi a visitare la vicina citt eritrea di Tessenei.
Quanto dista?, domandai.
Non molto. Una mezz'oretta. Dovremmo essere abbastanza al sicuro: i Mig si interessano per lo pi a obiettivi di valore come i carri armati; non sparano, generalmente, a piccoli gruppi di persone all'aperto.
E le citt?.
Attaccano talvolta le citt, soprattutto se vedono degli autocarri o dei grandi raggruppamenti di persone. Tessenei  stata bombardata molte volte.
La camminata fu piacevole: camminavamo lungo un sentiero inframmezzato di alberi, tra i quali svolazzavano allegramente colorati uccellini. Guardandomi attorno, notai che il paesaggio cominciava ad alzarsi e, in lontananza, mi pareva di scorgere i contorni indistinti di alte montagne.
Anche Tessenei, che si trovava in una vallata disseminata di rocce, era circondata da colline di granito ormai erose dal tempo. Sulle strade, per la maggior parte non asfaltate, non si muoveva neanche una macchina, ma c'era gente a piedi dappertutto: bambini che giocavano, un'anziana donna che guidava un asino stracarico, tre belle ragazze che, quando ci videro avvicinarci, si coprirono il volto e scapparono via tra urletti e risolini; e un gran

numero di uomini armati, che ci accolsero con calorosi sorrisi e cenni di saluto.
La citt era davvero mal messa. Quasi tutti i poveri edifici, che avevano la caratteristica di essere a tetto piatto, mostravano segni di combattimenti casa per casa - ovunque i muri erano pieni di profonde crepe e buchi prodotti da bombe e colpi di mitragliatrice, ovunque l'intonaco cadeva a pezzi. Di fronte a noi, sulla destra, stava l'ospedale, completamente sventrato. Mentre camminavamo, sentivamo sotto i piedi centinaia e centinaia di cartucce usate, che formavano un tappeto lucido e tintinnante.
Chiesi ad Hagos: Che cosa  successo qui?.
Qualche anno fa, quando sembrava che il governo stesse per vincere la guerra, Tessenei era una delle ultime roccaforti del FLPE. L'esercito etiope aveva preso la citt diverse volte, ma ogni volta il FLPE era riuscito a riconquistarla. Fu un periodo di intensi combattimenti, brutali e sanguinosi. Ma ora la prima linea  lontana, qui non si combatte pi, se non fosse per i bombardamenti.
Pochi minuti dopo Hagos ci port in un piccolo albergo che aveva una ventina di camere disposte a cerchio attorno ad un cortile non pavimentato. Qui, sotto un reticolato che fungeva da paravento contro sguardi indiscreti, alcuni gruppetti di eritrei stavano seduti ai tavoli a bere caff e a conversare amabilmente. Una cameriera si affrettava avanti e indietro per servirli e l'aria era piena di un invitante aroma proveniente dalla cucina.
Vi era in questa scena qualcosa di dcontract, un'atmosfera da boulevard che contrastava con la devastazione che regnava all'esterno. Era una dimostrazione che la gente pu adattarsi a qualunque situazione, anche la pi misera, e tende sempre a cercare un modo per rendere la vita sopportabile.
Ci sedemmo a un tavolo e, come se leggesse nei miei pensieri, Hagos mi disse: Non hanno molto, ma almeno sono liberi adesso. E le condizioni di vita migliorano di giorno in giorno.
E che questo fosse vero, lo dimostr un'ottima colazione a base di uova fritte e birra olandese.
Da dove diavolo la prendono?, chiesi meravigliato mentre aprivo la prima lattina.

Da quando il FLPE ha riconquistato il porto di Massawa dalle mani del governo, l'anno scorso, in Eritrea arriva la birra, spieg Hagos con un sorriso. Apr anch'egli una lattina e ne bevve un lungo sorso, poi aggiunse:  un gran lusso dopo Khartum, vero?.
E cos, bevendo birra e chiacchierando con met della popolazione di Tessenei - che si era ora ammassata nell'albergo per vedere i forestieri - trascorremmo la maggior parte della mattinata. A mezzogiorno accendemmo la radio a onde corte di Ed e ascoltammo le notizie sempre pi impressionanti provenienti dal Golfo Persico. Era luned 14 gennaio e l'ultimatum delle Nazioni Unite per il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait occupato scadeva a mezzanotte del 15.
Dormimmo poi qualche ora, ci svegliammo alle quattro e ci avviammo a piedi per raggiungere il convoglio in tempo per la partenza, prevista per le sei.

La magia e le meraviglie
Il viaggio di quella notte sembr eterno, anche se in realt dur solo undici ore. Era ormai buio quando lasciammo Tessenei. Tesfaye ci riport nella sua posizione preferita, al centro del convoglio, dopodich, in mezzo alle ormai familiari nuvole di polvere, cominciammo un epico viaggio attraverso le colline occidentali che precedevano le grandi catene etiopi, finch non entrammo nella regione delle montagne.
Verso l'una di notte ci fermammo per rifornire la Landcruiser di carburante, mediante le taniche piene che ci eravamo portati dietro. Indolenzito e pieno di crampi, tutto ammaccato per la posizione e per le contusioni che la strada dissestata mi aveva procurato, scesi dalla macchina mentre erano in corso le operazioni di rifornimento e vidi passare uno per uno gli autocarri che stavano dietro di noi, coi fari accesi e i freni che fischiavano.
Quando l'ultimo di essi pass e scomparve, io feci un respiro profondo, guardai in alto le stelle sopra la mia testa e mi sentii grato alla fortuna che mi aveva permesso di essere l. Poi risalimmo in macchina, di nuovo pronti ad affrontare buche e strade sconnesse, correndo per riagguantare il convoglio.
Ben presto mi resi conto che stavamo salendo molto rapidamente, arrampicandoci su per tornanti che sembravano sospesi nel vuoto, intervallati da ampi tratti piani su cui l'auto accelerava, per poi ricominciare subito a salire. E avevo ben chiara la cognizione delle grandi distanze che avevamo superato e dei profondi cambiamenti di paesaggio.
Sapevo che da circa due ore dovevamo aver passato il confine tra l'Eritrea e il Tigre. E gradualmente, bench dolorante per i continui scossoni ai quali ero sottoposto, caddi in uno stato di dormiveglia popolato di sogni, in cui tutto ci che mi era capitato negli ultimi due anni, gli alti e bassi della mia ricerca, i vicoli ciechi e i momenti in cui avevo effettuato importanti scoperte, sembravano fondersi in un unicum continuo e coerente. E compresi allora, in un solo istante e con sorprendente chiarezza, che la ricerca che per tanto tempo mi aveva ossessionato sarebbe stata un'avventura meschina e senza significato se fosse stata motivata solo da avarizia e ambizione. Posta nella remota oscurit del suo santuario, l'Arca di Dio splendeva forse di oro antico, ma il suo valore non stava affatto in questo. E nemmeno importava che fosse un tesoro archeologico di valore incalcolabile. Anzi, nulla di tutto ci che poteva essere misurato, calcolato o quantificato aveva la minima importanza, e se mai avevo messo gli occhi su queste cose (e sapevo in cuor mio che li avevo messi), l'errore che avevo commesso si tramutava in dissacrazione - non dell'oggetto della ricerca, ma del ricercatore stesso, non dell'Arca Santa, ma di me stesso.
E dove stava allora, se non nel mondo materiale, il vero valore della reliquia? Beh... nel suo mistero, naturalmente, nel suo incantesimo, e nel posto che aveva avuto nell'immaginario collettivo umano per tanti secoli in tante terre diverse. Questi erano i valori eterni - la magia e le meraviglie, l'ispirazione e la speranza. Meglio rincorrere questi, piuttosto che premi effimeri; meglio aspirare a essi con una certa nobilt e alla fine, magari, non ottenerli, piuttosto che riuscirci e in seguito doversene vergognare.

Un viaggio solitario
Poco prima dell'alba, esausti, grigi dalla testa ai piedi per la polvere che saliva dalla strada, arrivammo in una cittadina dove non si sentiva volare una mosca, n vi era animazione di luci o persone.
Hagos cominci a bussare a una porta e non smise finch qualcuno non gli apr. Quindi scaricammo l'equipaggiamento fotografico di Ed e altri bagagli di cui potevamo aver bisogno durante il giorno ed entrammo in casa, mentre Tesfaye and a cercare un posto dove nascondere la Landcruiser.
Ci trovammo in una specie di cortile, mezzo coperto e mezzo scoperto, dove vi era gente che dormiva su rudimentali letti. Per fortuna alcuni letti erano liberi, e Ed, Hagos e io ne approfittammo subito; io mi avvolsi in un lenzuolo, chiusi gli occhi e mi addormentai all'istante.
Qualche ora dopo, quando mi svegliai, era ormai pieno giorno: i miei due compagni erano spariti e attorno a me vidi solo una dozzina di abitanti del luogo che mi osservavano con molto interesse. Li salutai, mi alzai con tutta la dignit che riuscii a raccogliere, mi lavai la faccia con un rivolo d'acqua che usciva dal rubinetto di una botte metallica e mi sedetti a scrivere i miei appunti.
Ben presto Ed e Hagos tornarono - erano usciti a filmare la distribuzione di una parte del cibo che avevamo portato. Domandai loro dove ci trovavamo.
Questa  Cherero, rispose Hagos.  una citt importante in questa parte del Tigre, ed  anche la destinazione del convoglio. Tutti gli autocarri hanno scaricato qui.
E quanto dista da Axum?.
Ancora una notte di viaggio. Ma non  prudente che andiamo avanti da soli. Sarebbe meglio aspettare finch non si former un altro convoglio.
Guardai il datario che avevo sull'orologio: era marted 15 gennaio, e mancavano solo tre giorni all'inizio del Timkat.
Pensi che dovremo aspettare molto?, domandai.
Due o tre giorni, forse. O forse, se saremo fortunati, potremo partire anche stanotte.

Perch hai detto che non  prudente che andiamo avanti da soli?.
Perch il governo manda dei sabotatori nel Tigre dalla sua base di Asmara. Invia piccole squadre che hanno il compito di tendere imboscate ai veicoli che si muovono sulle strade, e una Landcruiser come la nostra, con poche persone a bordo, sarebbe un obiettivo ideale per un attacco del genere.
E i convogli? Non sono soggetti agli attacchi anch'essi?.
No, quasi mai. Troppi autocarri. Troppe guardie.
La giornata trascorse lenta, calda, noiosa e appiccicosa. Poi, verso sera, Hagos, che andava avanti e indietro da ore, annunci che quella sera non sarebbe partito nessun convoglio. Il mio consiglio, disse,  di restare - almeno fino a domani.
Vedendo l'espressione d'orrore che il suo commento aveva prodotto sui nostri volti, aggiunse subito: Ma naturalmente sta a voi decidere.
Ed e io avevamo gi preso una decisione a questo riguardo, dopo averne discusso a lungo nel pomeriggio: dicemmo quindi al funzionario del FLPT che avremmo voluto affrettare un po' i tempi, a meno che egli non pensasse che proseguire da soli fosse pura follia.
No. Va bene. Capisco che volete arrivare ad Axum prima del Timkat. Il pericolo non  grandissimo, ma vedr di portare con noi un altro combattente del FLPT, nel caso si presentasse qualche problema.
All'imbrunire, dunque ripartimmo. Sul sedile anteriore, vicino ad Hagos, sedeva l'altra guardia che egli era riuscito a reclutare -un giovane con una strana capigliatura all'africana, denti straordinariamente bianchi, un fucile AK47 e tre o quattro caricatori per munizioni. Era un tipo molto allegro, che rideva sempre e insisteva per sentire allo stereo della Landcruiser canzoni di guerra del Tigre a tutto volume, mentre viaggiavamo nella notte. Ma non potei fare a meno di pensare che tutta la sua energia non sarebbe comunque bastata a tenere alla larga le pallottole, se qualcuno avesse deciso di spararci addosso - magari da quel cespuglio che vedevamo in lontananza, o da quel gruppo di alberi, o forse da dietro quel masso che avevamo appena passato.

Ero stupito da quanto fosse diverso viaggiare cos, da soli, senza scorta, senza rumorosi autocarri davanti e dietro di noi. Prima sembrava che facessimo parte di qualche prodigioso e invincibile esercito che sconfiggeva senza difficolt le barriere dell'oscurit, scacciando le ombre con un turbinio di luce. Ora eravamo piccoli, vulnerabili, abbandonati. E mentre ci arrampicavamo tra queste montagne costellate di alberi arsi dal sole, mi sembrava di toccare con mano l'immensit di queste terre selvagge e la loro arida, implacabile ostilit.
Continuammo a salire per diverse ore, col motore che a tratti faticava per la pendenza e la temperatura che scendeva sempre pi. Poi, all'improvviso, in cima a uno stretto passo trovammo degli uomini armati che ci bloccavano la strada.
Mormorai un'imprecazione, ma Hagos mi rassicur: Non c' da preoccuparsi. C' un campo del FLPT qui, che sorveglia la strada. Questa  gente nostra. Apr il suo sportello e cominci a discutere e a stringere le mani dei ribelli che ora avevano circondato la Landcruiser. Poi oltrepassammo la barriera improvvisata e ci ritrovammo in uno spiazzo battuto dal vento, dove fuochi di campo ondeggiavano tra le capanne di legno.
Ci fermammo per una mezz'ora a bere del te e poi ci rimettemmo in marcia, proseguendo nella notte solitaria. Dietro di noi, le luci dell'accampamento scomparivano una per una, sostituite da un'ombra indistinta.
Pass del tempo. Io sonnecchiai, poi mi risvegliai e scoprii che stavamo costeggiando un'immensa vallata: alla nostra sinistra vi era la montagna, rocciosa e vicinissima; a destra, un profondo burrone si apriva al di l dell'argine sconnesso della strada. Improvvisamente, dalla profonda oscurit del baratro si alz un luminoso bagliore che si muoveva verso di noi, una chiazza di energia pura che lasciava dietro di s una spettrale scia luminescente. In una frazione di secondo questa abbagliante apparizione ci raggiunse, ci pass proprio davanti, mancando di poco il parabrezza anteriore dell'auto, e poi si spense contro l'argine della strada.
Tesfaye aveva bruscamente frenato e spento i fari della Landcruiser. Intanto Hagos e la guardia che aveva portato con noi scesero e corsero verso il bordo del burrone imbracciando i loro AK47.

Notai che i due uomini sembravano agili e pericolosi, completamente a loro agio e per nulla spaventati. Era come se si muovessero in armonia l'uno con l'altro, come se stessero compiendo una manovra per la quale erano stati a lungo addestrati.
Che cosa diavolo succede?, chiese Ed, che si era svegliato da un sonno profondo a causa della brusca e rumorosa frenata.
Non ne sono sicuro, risposi, ma ho l'impressione che ci abbiano appena sparato addosso.
Stavo per suggerire che forse avremmo fatto meglio a scendere dalla macchina, quando Hagos e il suo compagno ritornarono di corsa, saltarono sul sedile anteriore sbattendo lo sportello e ordinarono a Tesfaye di ripartire.
Suppongo che quello che abbiamo visto fosse un proiettile tracciante, commentai qualche attimo dopo.
S, rispose Hagos. Qualcuno, gi dalla vallata, ci ha sparato contro alcuni colpi.
Ma ce ne  stato solo uno.
No, no. Ne abbiamo visto solo uno. Devono aver sparato diversi colpi - una piccola raffica. La prassi normale consiste nel caricare uno o due proiettili traccianti in cima a ogni caricatore per permettere all'arma di correggere il tiro. Il resto dei proiettili  di tipo ordinario.
Ingegnoso, comment Ed.
Restammo in silenzio per un po', poi domandai ad Hagos: Chi pensi che ci abbia sparato?.
Saranno stati degli agenti del governo. Come ti ho detto, mandano continuamente gente nel Tigre per compiere attacchi di questo tipo. Di notte non possono bombardarci dal cielo e perci utilizzano queste squadre di sabotaggio per scoraggiare i movimenti del traffico sulle strade. Certe volte ci riescono....
Mi venne da fare un'altra domanda: perch non hanno continuato a sparare? Avrebbero finito per prenderci.
Troppo pericoloso. Poich ci avevano mancato al primo colpo, e non eravamo molto vicini a loro, non sarebbe stato prudente per loro continuare l'attacco. Ci sono un sacco di combattenti del FLPT in questa zona: un prolungato conflitto a fuoco avrebbe potuto attirare la loro attenzione.

Oh... capisco.
Appoggiai tristemente la testa al finestrino della Landcruiser e pensai con quanta facilit la vita poteva essere portata via da un proiettile vagante e quanto fossimo fragili al di l di tutta la nostra forza e presunzione.
Verso le tre del mattino, prendendo velocit su una strada ghiaiosa, costeggiammo un campo in cui vedemmo un carro armato abbandonato, con la torretta caduta e posta di traverso e il cannone, ormai impotente, rivolto al basso. Fui sopraffatto da un'intensa, quasi dolorosa, sensazione di deja vu e chiesi: Dove siamo?.
Stiamo per entrare ad Axum, rispose Hagos. Abbiamo appena passato il q&lzo della regina di" Saba.
Qualche minuto dopo entrammo in citt. Girammo a destra e a sinistra nelle strade strette e poi ci fermammo davanti a un muro di cinta coperto di viti rampicanti e fiori tropicali. Mentre gli altri bussavano a una porta, io scivolai senza essere visto a lato della Landcruiser, mi chinai sulle ginocchia e baciai la terra. Era un gesto stravagante e sentimentale, lo sapevo; ma in qualche modo sentivo che era giusto farlo.

La strategia
Al mattino fui svegliato dai luminosi raggi di sole che filtravano attraverso le finestre prive di tende della stanza che mi era stata assegnata. Nella notte, quando eravamo arrivati, tutto era avvolto nell'oscurit, poich non vi era elettricit a Axum. Ma ora, quando uscii, vidi che avevamo preso alloggio in un piccolo, grazioso ostello costruito attorno a un prato verde.
Camminai lentamente verso una terrazza dove erano sistemate alcune sedie. Qui, in un angolo, vi era un invitante bricco messo a bollire sopra un fornello ricavato da una grande lattina per olio. L vicino vidi una cucina nella quale due donne, che ritenni essere madre e figlia, stavano cuocendo della verdura.
Mi salutarono tutti con un gran sorriso e subito mi diedero una tazza di t, dolce e profumato. Poi mi sedetti e cercai di raccogliere le idee mentre aspettavo che gli altri si svegliassero.

Era mercoled 16 gennaio 1991. Era scaduto l'ultimatum del-l'ONU per il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait - e mi domandai, in maniera piuttosto astratta, se per caso non fosse gi scoppiata la terza guerra mondiale. Nel frattempo, tra soli due giorni sarebbero cominciate ad Axum le cerimonie del Timkat e dovevo assolutamente elaborare una strategia prima di allora.
Fui stupito di provare una certa riluttanza all'idea di andare direttamente a Santa Maria di Sion e alla cappella del santuario. Stranamente, dopo aver percorso tutta questa strada, questi pochi passi finali sembravano i pi difficili. Questo mio atteggiamento era dovuto in parte a una naturale diffidenza, in parte a un timore superstizioso e in parte alla paura che una visita precoce alla chiesa di Santa Maria di Sion avrebbe messo in allerta i sacerdoti sulla mia presenza e probabilmente li avrebbe fatti decidere a non portare nelle processioni del Timkat la vera Arca. Mi sembrava pi logico comportarmi con molta cautela almeno finch non fosse cominciata la cerimonia. Poi, nella frenesia di danze selvagge che sapevo si sarebbe verificata, avrei potuto trovare l'occasione di avvicinarmi alla reliquia e darle un'occhiata.
Vi era per una controindicazione a questo programma. Il colloquio che avevo avuto a Gerusalemme con l'anziano falasha Ra-phael Hadane mi aveva messo in guardia sul fatto che forse la vera Arca non sarebbe mai stata usata nelle processioni del Timkat - che poteva essere sostituita da una copia, mentre la vera reliquia sarebbe rimasta al sicuro dentro la cappella. Se questa eventualit era vera, pi presto mi presentavo ai sacerdoti di Axum, meglio era. Non avrei avuto niente da guadagnare aspettando e niente da perdere scoprendo le mie carte. Anzi, forse solo parlando ai sacerdoti e spiegando loro chi ero e che cosa volevo, avrei avuto qualche possibilit di convincerli che non rappresentavo una minaccia, che ero sincero e che ero degno di essere ammesso alla presenza dell'Arca.
Per tutte queste ragioni, sapendo che dovevo prendere in fretta una decisione irrevocabile, mi sentivo in serio imbarazzo mentre sorseggiavo la mia tazza di t la mattina del 16 gennaio.
Poco dopo vidi Ed che spuntava fuori dalla sua camera, con gli occhi annebbiati e la radiolina incollata all'orecchio.

E' cominciata la guerra? urlai.
Beh, no, veramente, non ancora. L'ultimatum  scaduto ma non vi sono notizie di combattimenti. Adesso che ne diresti di un t? O di un caff? Facciamo un caff. E anche un po' di colazione. C' niente del genere in giro?.
Mentre Ed si rifocillava, arriv anche Hagos, ma non dalla sua camera. Evidentemente era gi stato in citt, perch avanzava con al seguito un vecchio signore con una lunga barba e vestito con abiti svolazzanti.
Questo  mio padre, spieg il funzionario del FLPT.  uno dei sacerdoti della chiesa di Santa Maria di Sion. Gli ho parlato del vostro interesse verso l'Arca dell'Alleanza e mi ha detto che gli avrebbe fatto piacere incontrarvi.
Un onore e un fardello
Naturalmente avevo pi volte parlato ad Hagos della mia ricerca durante il nostro lungo viaggio da Khartum. Sapevo anche che egli era nativo di Axum, ma non mi era mai venuto in mente, neppure per un momento, che potesse avere dei legami con la chiesa; figuriamoci se potevo immaginare che suo padre era addirittura un sacerdote. Forse, se l'avessi saputo sarei stato pi attento ai miei commenti - o forse no: Hagos mi era piaciuto dall'inizio, e non avevo mai voluto tenergli nascosto qualcosa.
A questo punto, per, non aveva pi senso cercare di mascherare o di tenere nascosto il vero motivo che mi aveva spinto qui: molto meglio giocare a carte scoperte e accettare le conseguenze, fossero esse positive o negative.
Ebbi un lungo colloquio col padre di Hagos, che sembrava molto incuriosito all'idea che uno straniero potesse aver fatto tanta strada nella speranza di vedere l'Arca dell'Alleanza.
E la vedr? chiesi. Durante le cerimonie? Usano la vera Arca o una copia?.
Hagos tradusse la mia domanda. Segu un'intensa pausa di silenzio che il vecchio alla fine ruppe con questa risposta: Oh,

non ho titoli per parlare di queste cose. Deve parlare con i miei superiori.
Ma lei conosce la risposta, vero?.
Non ho titoli per parlare. Non  responsabilit mia.
E di chi  la responsabilit?.
Prima di tutto deve parlare con il Nebura-ed, il pi anziano di tutti i sacerdoti di Axum. Senza la sua benedizione non potr fare nulla. Se egli da il suo permesso, dovr poi parlare col guardiano dell'Arca .... Sono gi venuto qui nel 1983, lo interruppi, e in quell'occasione conobbi il guardiano. Sa se  ancora vivo, o c' qualcun altro al suo posto?.
Purtroppo il vecchio guardiano  morto, quattro anni fa. Era molto vecchio. Nomin egli stesso il suo successore ed  lui che ora occupa il suo posto.
E sta sempre alla cappella dove si trova l'Arca?.
Il suo fardello  proprio quello di non poter lasciare l'Arca. Sa che il suo predecessore, quello che lei ha conosciuto, cerc di scappare quando seppe di essere stato nominato?.
No, risposi, non lo sapevo. 
S. Scapp da Axum, and sulle montagne. Ma vennero mandati altri monaci a prenderlo, e quando lo riportarono indietro, voleva ancora fuggire. Lo si dovette incatenare alla cappella per parecchi mesi prima che si decidesse ad accettare la sua responsabilit.
Incatenare, ha detto?.
S. Fu incatenato dentro la cappella.
Sono davvero sorpreso.
Perch?.
Perch sembra proprio che egli non volesse questo incarico. Pensavo che fosse un grande onore essere nominato guardiano dell'Arca.
Un onore? S, certamente. Ma  anche un pesante fardello. Una volta assunta questa responsabilit, il monaco prescelto non ha pi una vita sua al di fuori dell'Arca. Esiste solo per servirla, per bruciare incenso intorno ad essa, per assisterla costantemente.
E che cosa succederebbe se l'Arca fosse portata fuori dalla

cappella - durante il Timkat, per esempio? Il guardiano la seguirebbe?.
Deve starle vicino sempre. Ma deve parlare con altri riguardo a questo. Io non ho titolo....
Gli posi varie altre domande sull'Arca, ma a tutte il vecchio diede la stessa risposta - tali argomenti non erano di sua competenza, non sapeva dire, dovevo parlare con qualche superiore. Mi disse, tuttavia, che dei funzionari del governo erano venuti ad Axum poco prima che la citt fosse conquistata dal FLPT e avevano cercato di portar via la reliquia.
Domandai: In che modo? Voglio dire, che cosa hanno fatto? Hanno cercato di entrare nella cappella?.
Non subito. Volevano convincerci a lasciar andare l'Arca ad Addis Abeba con loro. Dicevano che ci sarebbero stati dei combattimenti e che sarebbe stata pi al sicuro l.
E poi che successe?.
Anche quando diventarono imperiosi e aggressivi noi resistemmo. Chiamarono dei soldati, ma noi resistemmo. Tutta la citt sent ci che cercavano di fare e vi furono manifestazioni nelle strade. Alla fine se ne tornarono ad Addis Abeba a mani vuote. Poco dopo, grazie a Dio, Axum fu liberata.
Sapevo bene che il padre di un guerrigliero con tutta probabilit pendeva in favore del FLPT. Ciononostante chiesi: Da quando se ne sono andate le forze del governo, le cose sono migliorate per il clero, o sono andate peggiorando?.
Le cose vanno decisamente meglio. Infatti la situazione nelle chiese  molto buona: andiamo in chiesa a pregare quando vogliamo, e per tutto il tempo che vogliamo, di notte, di giorno, di sera, in qualunque momento. Prima, sotto i governativi, a causa del coprifuoco che avevano imposto, non ci era permesso di andare in chiesa, o di tornare dalla chiesa, di sera. Se uscivamo dalla chiesa, anche solo per prendere una boccata d'aria, venivano e ci arrestavano. Ora invece non abbiamo niente da temere. Possiamo dormire al sicuro nelle nostre case e andare in chiesa tutti i giorni come le persone normali, senza correre pericoli. Non dobbiamo passare la notte in chiesa per paura di essere arrestati mentre torniamo a casa a tarda sera. Ai tempi del governo

non ci sentivamo mai tranquilli quando partecipavamo alle funzioni: vi era sempre qualche timore, non sapendo mai quello che poteva capitare a noi o alla chiesa. Ora pratichiamo in pace la nostra fede.

Croix patte
Alla fine il padre di Hagos se ne and, promettendo che mi avrebbe combinato un incontro col Nebura-ed, il capo-sacerdote della chiesa di Santa Maria di Sion. Mi consigli di non cercare di contattare il guardiano dell'Arca prima di quest'incontro: Potrebbe causare qualche malumore.  meglio fare le cose secondo il loro ordine pi giusto.
Bench questa strategia mi sembrasse piena di potenziali trappole, capii che avevo ben poca scelta. Decisi perci che, mentre aspettavo l'appuntamento con il Nebura-ed, avrei esplorato alcuni dei luoghi archeologici che avevo visitato molto rapidamente nel 1983, e altri che non avevo potuto vedere affatto.
Ricordavo che doveva esserci un'antica scultura rappresentante una leonessa su una roccia vicino alle cave dove erano state intagliate le famose stele di Axum in epoca pre-cristiana. Nel 1983 quella scultura stava al di fuori dei confini, perch si trovava al di l dell'area controllata dalla guarnigione militare; ora, invece, era accessibile.
Mentre Ed usc con un altro ufficiale del FLPT a filmare alcune sequenze del suo servizio per la televisione, io convinsi Hagos a portarmi alle cave con la Landcruiser! Si trattava di un'impresa alquanto pericolosa, poich in qualsiasi momento poteva verificarsi un bombardamento aereo; avremmo per guidato solo per cinque chilometri, e al nostro arrivo ci saremmo preoccupati di nascondere bene il veicolo.
Oltrepassammo quindi il cosiddetto palazzo della regina di Saba e uscimmo dalla citt; ben presto arrivammo nei pressi di una collina rocciosa, parcheggiammo la Landcruiser in un fossato, la coprimmo con una tela cerata e ci avviammo per il viottolo ghiaioso.

Quante probabilit ho, secondo te, di convincere i sacerdoti a lasciarmi entrare nella cappella per vedere l'Arca?, chiesi mentre camminavamo.
Oh... non te lo lasceranno fare, rispose onestamente Hagos. La tua unica speranza  il Timkat.
Ma pensi davvero che portino fuori l'Arca vera al Timkat Non useranno piuttosto una copia?.
Un'alzata di sopracciglia, quindi la risposta: Non so. Quando ero bambino credevo, come tutti i miei amici, che fosse proprio l'Arca vera, non una copia, quella che mostravano al Timkat. Non l'abbiamo mai messo in discussione, non ci sfiorava neanche l'idea. Ma oggi non ne sono pi cos sicuro....
Perch?.
Perch non sembra logico.
Capii che Hagos non mi avrebbe detto altro sull'argomento, e cos per il successivo quarto d'ora camminammo faticosamente senza dire una parola. Poi Hagos indic una gigantesca costruzione al di l di un crinale: La tua leonessa  l, mi disse.
Mi ero accorto che zoppicava leggermente. Che  successo alla tua gamba?, domandai. Hai preso una storta?.
No. Mi hanno sparato.
Ah, capisco.
  successo qualche anno fa, durante un combattimento con le forze del governo. La pallottola mi attravers lo stinco, frantumandomi l'osso. Da allora non ho pi potuto partecipare al servizio attivo.
Eravamo intanto arrivati al masso e Hagos mi ci fece girare intorno finch ritrovai la figura di profilo: e, anche se non c'era molta luce, potei distinguere abbastanza chiaramente la gigantesca sagoma di una leonessa intagliata in rilievo nella roccia. Era piuttosto rovinata ed erosa, eppure comunicava un senso molto reale di ferocia e di grazia sinuosa.
Sapevo che Theodore Bent, un viaggiatore e archeologo dilettante di nazionalit inglese, durante una visita ad Axum compiuta nel xix secolo, vide anch'egli questa scultura, e la descrisse come un'opera d'arte molto animata, che misura 10 piedi e 8 pollici  dal naso alla coda. L'autore  riuscito a

rendere magistralmente l'idea della corsa dell'animale, e il senso di movimento delle gambe posteriori indica che aveva una completa padronanza del soggetto. Bent aveva poi aggiunto: A poca distanza dal naso della leonessa vi  un disco circolare munito di raggi, che probabilmente rappresenta il sole.
Esaminai dunque questo disco circolare munito di raggi che era in effetti composto da due paia di incisioni ellittiche praticate nella nuda roccia. Se queste incisioni avessero formato la faccia di un orologio, il paio superiore avrebbe indicato, rispettivamente, le 10 e le 2, mentre quello inferiore le 4 e le 8. Compresi facilmente, allora, l'interpretazione di Bent: al primo sguardo, infatti, sembrava proprio una serie di raggi che si dipartivano da un centro a forma di disco.
E tuttavia non era cos. Il disco circolare di cui il viaggiatore aveva parlato era in realt un'illusione. Se egli si fosse preso la briga di tracciare la forma completa definita dagli spazi tra le incisioni ellittiche avrebbe scoperto che il risultato non era la rappresentazione del sole, ma una croix patte con le braccia che si aprivano dal punto centrale - in altre parole, una. perfetta croce Templare.
Hagos, dissi, sbaglio o questa  una croce?.
Mentre parlavo, feci correre le dita sulla sagoma che mi era subito parsa cos evidente.
E una croce, conferm il funzionario del FLPT.
Ma non ci dovrebbe essere. La leonessa appartiene certamente a un'epoca pre-cristiana - che cosa ci fa allora un simbolo cristiano accanto a essa?.
Chi lo sa? Forse qualcuno l'ha aggiunta dopo. Vi sono altre croci, proprio come questa, sul lato del palazzo di re Kaleb.
Se non ti dispiace, dissi, mi piacerebbe molto andare a vederle.

L'opera degli angeli
Avevo gi visitato il palazzo di Kaleb nel 1983 e sapevo che le rovine datavano al VI secolo d.C, corrispondente alla prima parte dell'era cristiana ad Axum. Sapevo che era una fortezza situata

in cima a una collina, e dotata di profonde celle e camere sotterranee. Non ricordavo, per, di aver visto croci su di essa.
E adesso, mentre tornavamo in citt, non vedevo l'ora di riesaminare il palazzo. Nel 1983 i Templari non avevano alcun significato particolare per me; le mie ricerche pi recenti, invece, mi avevano fatto ventilare la possibilit che un contingente di cavalieri fosse arrivato da Gerusalemme in Etiopia alla ricerca dell'Arca dell'Alleanza al tempo di re Lalibela (1185-1211) e i suoi membri avessero poi assunto la funzione di portantini dell'Arca stessa. Il lettore ricorder che un forte sostegno a questa mia teoria sembrava venire dal geografo armeno del xm secolo Abu Salili, il quale aveva raccontato di aver visto l'Arca ad Axum portata a spalla da uomini di carnagione bianca e rossa, con capelli rossi.
Se quegli uomini erano davvero Templari, come io sospettavo fortemente, era ragionevole pensare che essi si fossero lasciati dietro ad Axum dei ricordi del loro ordine. Mi sembrava quindi quanto meno possibile che quella strana crotx patte, apparentemente tanto fuori posto sulla roccia dietro la scultura della leonessa, fosse opera di un artista templare.
Questo particolare tipo di croce, come sapevo bene, non era molto comune in Etiopia: anzi, in tutti i miei anni di viaggio in questo paese, l'unico posto in cui ne avevo visto una era il soffitto della chiesa intagliata nella roccia di Beta Maryam, nella citt di Lalibela - la capitale al tempo del re che, a mio parere, aveva portato i Templari per la prima volta in Etiopia. Ora avevo trovato un'altra crotx patte alla periferia di Axum e, se Hagos aveva ragione, stavo per vederne molte altre sulle rovine del palazzo di re Kaleb - una struttura che poteva benissimo essere ancora in piedi, e addirittura abitata, nel xm secolo.
Dopo aver oltrepassato lo spiazzo erboso dove si trovava la maggior parte delle stele, costeggiammo il vastissimo e antico serbatoio conosciuto come Mai Shum. Nella tradizione locale, ricordavo, si pensava che questa fosse una sorta di vasca da bagno privata della regina di Saba, ma dopo l'avvento del cristianesimo si cominci a utilizzarlo per gli strani rituali battesimali associati al Timkat. Qui, tra due giorni, l'Arca sarebbe stata portata in processione all'inizio delle cerimonie alle quali ero venuto ad assistere.
Dopo esserci lasciati alle spalle il Mai Shum, salimmo fin verso met della strada stretta e sconnessa che portava al palazzo di re Kaleb e terminammo poi il tragitto a piedi, dopo aver camuffato alla meglio l'auto. Hagos mi condusse all'interno delle rovine e cominci a guardare a destra e a sinistra tra i massi, finch esclam trionfante: Qui, vieni qui. Penso che sia questo che vuoi vedere.
Lo raggiunsi di corsa e vidi che aveva individuato un blocco di pietra color sabbia alto circa 15 centimetri e del diametro di una sessantina di centimetri. In esso erano state incise quattro forme ellittiche molto simili a quelle poste vicino alla scultura della leonessa. Non c'erano dubbi in questo caso: si trattava di una perfetta croce templare.
Quando ero bambino, disse Hagos, io e i miei amici venivamo a giocare qui. A quei tempi c'erano molti blocchi come questo, qui. Probabilmente tutti gli altri sono stati portati via, da allora.
E dove possono averli portati?.
La gente del posto ha l'abitudine di riutilizzare le pietre delle rovine per costruire o riparare le case. Perci siamo fortunati ad aver trovato intatto questo blocco... Ma vi sono altre croci, proprio della stessa forma di queste, nelle celle sotto il palazzo.
Scendemmo dunque una scalinata che conduceva ai sotterranei che avevo gi visitato nel 1983. Allora, con l'aiuto di una torcia, mi avevano mostrato una serie di scrigni vuoti che, secondo gli assumiti, un tempo contenevano grandi ricchezze in oro e perle. Ora, dopo aver estratto una scatola di fiammiferi, Hagos mi fece vedere una croce templare incisa all'estremit di uno di questi scrigni.
Come sapevi quello che c'era qui?, domandai stupito.
Tutti lo sanno ad Axum. Come ti ho detto, giocavo sempre qui da ragazzo.
Mi condusse poi in un'altra camera, accese un fiammifero e mi mostr altre due croci templari - una piuttosto rozza, l'altra eseguita invece con molta accuratezza.

Finch la fiamma non si spense io rimasi l a osservare queste croci, perso nei miei pensieri. Sapevo che non avrei mai potuto provarlo nel modo che sarebbe piaciuto a storici e archeologi, ma ora mi sentivo in cuor mio sicuro che i Templari erano davvero stati qui. La croix patte era il loro emblema caratteristico, che compariva sui loro scudi e sulle loro tuniche. Ed era perfettamente in tono con tutto quanto avevo appreso su di loro il fatto che alcuni di essi fossero scesi qui, nelle tenebre di queste celle sotterranee, per lasciare quell'emblema sulle pareti - come una sorta di puzzle, forse, o come un segno, inteso a far riflettere le generazioni a venire.
Non vi  nessuna tradizione, chiesi ad Hagos, che dia qualche indizio su chi ha inciso qui queste croci?. . Una parte della gente del posto dice che furono opera di angeli, rispose il funzionario del FLPT, ma naturalmente questo  assurdo.

Arrivano brutte notizie
Non ebbi notizie dal padre di Hagos fino a sera, e quando le ebbi non furono affatto buone. Arriv al piccolo albergo in cui alloggiavamo poco dopo le sette per dirmi che il Nebura-ed era fuori citt.
La mia prima reazione, che tuttavia non espressi, fu di pensare che era estremamente improbabile che il sacerdote capo di Santa Maria di Sion si allontanasse proprio in questo periodo dell'anno. Con il Timkat dietro l'angolo e tutti i preparativi da organizzare, la sua presenza sarebbe stata necessaria ad Axum.
Che sfortuna, dissi. Dov' andato?.
E andato ad Asmara... per consultazioni.
Ma Asmara  ancora nelle mani del governo. Come pu esserci andato?.
Il Nebura-ed pu andare ovunque.
E sar di ritorno prima del Timkat?.
Mi hanno detto che non torner per parecchi giorni. Il suo vice lo sostituir alle cerimonie del Timkat.

Ma questo che conseguenze avr sul mio lavoro? Potr parlare al guardiano dell'Arca, per esempio? Ho tante domande da fargli!.
Senza il permesso del Neburaed non potr fare proprio niente.
Era chiaro che il padre di Hagos era un semplice, e innocente, messaggero, e che perci non avevo alcun diritto, n alcuna ragione, per infuriarmi con lui. Ciononostante era evidente che ci che mi aveva appena detto era parte di un piano volto a impedirmi di saperne di pi sull'Arca. Anche se individualmente sarebbero stati cortesi e gentili con me, di fatto i monaci e i sacerdoti di Axum non avrebbero mai cooperato con la mia ricerca senza l'autorizzazione del Nebura-ed. E purtroppo il Nebura-ed non c'era, quindi non potevo ottenere la sua autorizzazione, n carpire altre informazioni da chiunque, e nemmeno mettere in pratica ci per cui ero venuto qui, a prezzo di tanta strada e tanti pericoli. Con questi modi tipicamente abissini, sarebbero riusciti a neutralizzarmi senza che nessuno dovesse esplicitamente negarmi qualcosa. I sacerdoti non sarebbero stati costretti a essere maleducati: al contrario, si sarebbero limitati ad alzare le spalle e a dirmi con profondo rammarico che questo o quello non si poteva fare senza il permesso del Nebura-ed, e che, su questa o quella materia, essi non erano qualificati a rispondere.
C' un modo, domandai, per far avere un messaggio al Nebura-ed - sul mio lavoro qui?.
Mentre  ad Asmara?, rise il padre di Hagos. Impossibile.
Va bene. E il vice capo sacerdote? Non pu darmi lui il permesso?.
Non credo. Per dare a lei il permesso dovrebbe prima chiedere il permesso del Nebura-ed.
In altre parole dovrebbe chiedere il permesso di darmi il permesso?.
Esatto.
Ma non si pu almeno tentare? Non posso nemmeno incontrare il vice e spiegargli perch sono qui? Chiss, forse potrebbe volermi aiutare.
Forse, disse il padre di Hagos. Ad ogni modo gli parler stasera e le porter domani la sua risposta.

Il santuario dell'Arca
La mattina dopo, gioved 17 gennaio 1991, eravamo tutti in piedi prima dell'alba. Ed voleva riprendere il panorama del sole nascente e Hagos aveva suggerito che il luogo migliore per effettuare le riprese era la sommit di una delle colline rocciose che stavano dietro la citt.
Di conseguenza, alle quattro e mezza del mattino tirammo Te-sfaye, il nostro autista, gi da letto che, quasi senza interruzione da quando eravamo arrivati, divideva con una prostituta del posto. Prima delle cinque eravamo in marcia, cercando di sentire le notizie dal Golfo Persico con la radiolina di Ed: mettemmo l'antenna fuori dal finestrino, ma la ricezione continuava a essere disturbata e intermittente; riuscimmo comunque a capire che alla fine la guerra era scoppiata, che gli americani avevano effettuato centinaia di bombardamenti contro Baghdad durante la notte, causando morte e devastazione. Apparentemente, invece, l'aviazione irachena non aveva dato segnali di reazione.
Sembra che sia gi tutto finito, comment Ed con una certa soddisfazione.  Ne dubito, disse Hagos. Aspettiamo e vediamo.
Restammo seduti in silenzio per un po', ascoltando le notizie che arrivavano continuamente, mentre Tesfaye guidava l'auto su per la ripida strada. Il cielo era ancora quasi completamente oscuro, quando all'improvviso Tesfaye, che forse stava sognando i dolci piaceri che aveva appena lasciato, fren in maniera talmente brusca che la vettura fece un mezzo testacoda e solo per un soffio non fin gi per il dirupo.
Ed, Hagos e io lo prendemmo come un segno che era giunto il momento di scendere. Lasciando Tesfaye alle prese con il camuffamento dell'auto, ci avviammo a percorrere a piedi il resto del tragitto.
Passammo attraverso un campo dove vi erano ancora tracce di battaglia. Qui ci fu lo scontro con l'ultima parte della guarnigione dell'esercito etiope, che resisteva ancora dopo che avevamo riconquistato Axum, spieg Hagos. Erano i combattenti duri, della Diciassettesima Divisione. Li sconfiggemmo in otto ore.

Tutto attorno a noi vi erano carri armati sventrati o bruciati,  quando cominci a sorgere il sole notai che camminavamo sopra un tappeto di munizioni, per lo pi bossoli usati e schegge di granata. Vi erano anche parecchie bombe da mortaio da 81 mm, vecchie ma inesplose, che nessuno si era preoccupato di togliere.
Infine arrivammo alla cima, sulla quale vedemmo i resti accartocciati e anneriti di una vecchia caserma. E qui, sotto il cielo cremisi del mattino incipiente, guardai ammirato dall'alto la citt di Axum.
Dietro di me vi erano le rovine di un edificio. Il suo tetto di alluminio, ancora parzialmente intatto, cigolava e gemeva sinistramente alla fredda brezza dell'alba; Per terra, davanti a me, vi era invece l'elmetto di un soldato, con la visiera spezzata da un anonimo proiettile. pi avanti, lo stivale di un soldato stava marcendo in una fossa.
La luce si andava facendo pi forte ora, e guardando in basso, in lontananza, potei scorgere il giardino nel centro di Axum in cui si trovava la principale collezione di stele giganti. pi avanti, al di l di una piazza deserta, inserita in un contesto ben appartato, stava la grande chiesa di Santa Maria di Sion, con le sue torri e i suoi merli. E a lato di questo imponente edificio, circondata da una cancellata di ferro a punte acuminate, vi era una tozza, grigia cappella di granito, tutta chiusa e priva di finestre, con una cupola di rame verde. Questo era il santuario dell'Arca, vicino eppure lontano, accessibile eppure inavvicinabile. All'interno di esso stava la risposta a tutte le mie domande, la prova, in positivo o in negativo, di tutto il mio lavoro. Guardavo perci ad essa con desiderio e rispetto, con speranza e agitazione, con impazienza ma anche con incertezza.

Spaventapasseri
Tornammo all'albergo in tempo per la colazione. E restammo seduti l fino a mezzogiorno, circondati da un gruppo di abitanti del Tigre stranamente scuri e pensosi, che erano venuti a sentire le notizie che, tra boati, interruzioni e interferenze, si riuscivano a sentire dalla radiolina di Ed e che Hagos traduceva solennemente per loro. Guardando attorno a me tutte quelle facce giovani e vecchie, belle e brutte, fui colpito dall'espressione di grande interesse che leggevo su tutte. Forse questa guerra cos lontana rappresentava una forma di distrazione dal conflitto casalingo che aveva ucciso e mutilato tanta gente in questa cittadina. O forse !l'interesse nasceva dalla comprensione al pensiero dei selvaggi bombardamenti che altri stavano adesso sopportando. 
Cercando di cogliere le sfumature di questa scena, mi accorsi che una tale libert di associazione sarebbe stata pressoch impensabile quando il governo etiope aveva ancora il dominio 
di Axum e la gente della citt era tanto impaurita e terrorizzata. E, anche se vi era una grande povert, anche se le scuole erano chiuse, anche se la gente non poteva muoversi liberamente per paura di attacchi aerei, anche se i contadini non riuscivano quasi ad arare i loro campi e la carestia incombeva, mi pareva che le cose andassero meglio qui - molto meglio - :di prima.
Verso le undici del mattino, dopo che Ed aveva completato ilsuo programma quotidiano di riprese, Hagos e io andammo apiedi in citt, verso il principale parco delle stele. Ad un certo punto passammo davanti a un murale del FLPT dipinto a mano che raffigurava il presidente Menghistu come un demone divorante con una svastica di sangue sul berretto e file di soldati armatiche uscivano marciando dalla sua bocca. La sua testa era circondata da mezza dozzina di Mig e attorno a lui vi era un 
gran numero di carri armati e di pezzi di artiglieria. La didascalia recitava in tigrigna: Il dittatore Menghistu non ci metter mai in ginocchio. Continuammo a camminare attraverso le strade piene di buche, oltrepassando case modeste, le misere bancarelle di un mercato e alcuni negozi vuoti, incontrando una grande quantit di gente a piedi - monaci e suore, preti, ragazzini, dignitosi anziani,contadini che venivano in citt dalla campagna, gente di citt, una donna che portava in testa un grande vaso di terracotta pieno d'acqua, gruppi di adolescenti che cercavano di sembrare eleganti come gli adolescenti degli altri paesi. E io mi sorpresi a

pensare: qualche anno fa sono rimasto tranquillamente qui a guardare, mentre il governo prendeva tutta questa gente e la portava nei campi di reinsediamento.
Hagos, dissi, tutto  cos diverso ad Axum da quando avete espulso le truppe del governo. L'atmosfera  completamente cambiata.
 perch nessuno ha pi paura, rispose il funzionario del FLPT un attimo dopo.
Neanche delle bombe e dei raid aerei?.
Abbiamo paura di queste cose, certo, ma  pi una seccatura che un vero e proprio terrore - e abbiamo trovato dei mezzi per evitarli. In passato, quando c'erano i governativi, non potevamo evitare i presidi, le torture, gli arresti a caso.  questo il terrore che ci ha oppresso per tanto tempo. Eppure, quando lo affrontammo, lo sai che cosa avvenne?.
No.
Ci accorgemmo che a diffonderlo erano stati solo degli spaventapasseri e che la libert era sempre stata a portata di mano.
Eravamo arrivati al giardino delle stele.- Mentre camminavo tra i grandi monoliti, non potei fare a meno di ammirare la portata artistica e le grandi potenzialit della cultura dimenticata che li aveva concepiti. E ricordai che nel 1983 il monaco guardiano mi aveva detto che essi erano stati edificati dall'Arca - dall'Arca e dal fuoco celestiale.
A quel tempo, non sapevo cosa farmene delle parole di quel vecchio: ora, dopo tutto ci che avevo appreso, sapevo che egli poteva anche aver detto la verit. Nella sua storia la sacra reliquia aveva compiuto molti grandi miracoli: l'erezione di qualche centinaio di tonnellate di pietra non sarebbe certo stata al di l delle sue possibilit.

Il miracolo fattosi realt.
Quel pomeriggio, verso le quattro, il padre di Hagos venne all'albergo a dirci che il vice capo sacerdote ci avrebbe ricevuti. Disse che per ragioni di protocollo non poteva accompagnarci, ma ci diede precise indicazioni su dove dovevamo andare.

Hagos e io ci avviammo dunque verso la chiesa di Santa Maria di Sion ed entrammo in un recinto di casette costruite attorno al retro del complesso. Dopo essere passati sotto un arco piuttosto basso arrivammo a una porta: bussammo, ci aprirono e ci ritrovammo in un giardino, dove vedemmo un uomo anziano vestito di nero seduto su una panca.
Quando vide che ci avvicinavamo, diede un ordine sommesso. Hagos si volse verso di me e mi disse: Tu devi restare qui. Parler io per te.
Segu una calorosa conversazione; guardandola di lontano mi sentivo... impotente, paralizzato^ annullato. Pensai di catapultarmi verso l'anziano sacerdote e perorare appassionatamente la mia causa, ma sapevo bene che le mie parole, anche se dette col cuore, non avrebbero mai raggiunto quelle orecchie abituate solo ai ritmi della tradizione.
Alla fine Hagos torn. Gli ho detto tutto, mi spieg. Mi ha detto che non vuole parlare con te. Dice che su argomenti importanti come l'Arca soltanto il Nebura-ed e il monaco guardiano possono parlare.
E presumo che il Nebura-ed sia ancora fuori citt, vero?.
S, ma ho buone notizie per te. Il vice ha accettato che tu parli con il guardiano.
Qualche minuto pi tardi, dopo aver percorso un intricato labirinto di sentieri polverosi, arrivammo alla chiesa di Santa Maria di Sion. Le passammo davanti e arrivammo alla cancellata di metallo che circondava la cappella del santuario. Rimasi l un attimo fermo, a guardare attraverso l'inferriata, e calcolai che con un energico salto e un piccolo slancio di corsa avrei potuto raggiungere la porta (chiusa) dell'edificio in una decina di secondi.
Scherzando solo a met, comunicai quest'idea ad Hagos, il quale mi guard con un'espressione di autentico orrore.
Non pensarci neanche, mi ammon. E con un gesto del capo mi indic, dietro di noi, la chiesa di Santa Maria, dove una dozzina di giovani diaconi si stavano intrattenendo. In quanto straniero ti devono trattare con grande rispetto. Ma se commettessi un tale sacrilegio verresti senz'altro ucciso.
Dove pensi che sia il guardiano?, domandai.
Dentro. Verr da noi quando sar pronto.
Attendemmo pazientemente finch il sole cominci a scendere; poi, quando ormai era quasi buio, apparve il guardiano. Era un uomo alto e di corporatura robusta, di circa vent'anni pi giovane del suo predecessore. Come lui, per, aveva gli occhi velati di cataratta e come lui indossava spesse vesti profumate d'incenso.
Non mostr alcuna intenzione di invitarci all'interno, ma si avvicin e ci strinse le mani attraverso la cancellata.
Gli chiesi come si chiamava.
Con voce cavernosa rispose semplicemente: Gebra Mikail.
Per favore, digli che io mi chiamo Graham Hancock e che ho passato gli ultimi due anni della mia vita a studiare la storia e le tradizioni dell'Arca dell'Alleanza. Digli che vengo dall'Inghilterra e che ho percorso pi di 7.000 chilometri nella speranza di poter vedere l'Arca. Hagos tradusse il messaggio. Quando ebbe finito, il guardiano disse: Lo so, ne sono stato gi informato.
Mi lascer entrare nella cappella? domandai.
Hagos tradusse la domanda. Ci fu una lunga pausa, dopodich arriv la risposta che mi aspettavo: No, non posso farlo.
Ma, protestai debolmente, sono venuto per vedere l'Arca.
Mi dispiace, allora, che lei abbia sprecato il suo viaggio. perch non la vedr. Avrebbe dovuto saperlo se, come dice, ha studiato le nostre tradizioni.
Lo sapevo, eppure ci speravo.
Molti lo sperano; ma, a parte me, nessuno pu vedere l'Arca Santa. Nemmeno il Nebura-ed, nemmeno il patriarca.  vietato.
 una grande delusione per me.
Vi sono cose peggiori nella vita che una delusione.
Domandai: Pu almeno dirmi che aspetto ha l'Arca? Penso che mi basterebbe questo.
Credo che l'Arca sia ben descritta nella Bibbia. Pu leggere l.
Ma vorrei che lei mi dicesse con parole sue come  fatta. Voglio dire, l'Arca che sta qui nel santuario.  una scatola fatta di legno e oro? Ha due figure alate sul coperchio?.
Non parlo di queste cose....
E come si trasporta? continuai. Forse mediante appositi pali? O in qualche altro modo?  pesante o leggera?.
Ho detto che non parlo di queste cose, e perci non parlo.
E compie miracoli? non demordevo. Nella Bibbia si dice che l'Arca compiva molti miracoli. Anche qui ad Axum compie miracoli?.
Compie miracoli. Ed essa stessa... miracolo. E miracolo fattosi realt. Non dir altro.
Al che il guardiano spinse la sua mano tra le sbarre della cancellata e strinse per un attimo la mia come per prendere congedo.
Ho un'altra domanda, dissi insistentemente. Solo un'altra domanda....
Un debole cenno della testa mi spinse a proseguire.
Domani sera comincer il Timkat. Porterete fuori la vera Arca, per la processione al Mai Shum, o userete una copia?.
Mentre Hagos traduceva in tigrigna la mia domanda, il guardiano ascoltava, col volto impassibile. Infine rispose: Ho gi detto abbastanza. Il Timkat  una cerimonia pubblica, pu parteciparvi e vedere da s. Se ha studiato come ha detto, anche se per soli due anni, penso che sapr rispondere anche da solo a questa domanda. . Ci detto, si volt e spar nell'ombra.

Un segreto dietro i segnali
L'oggetto che fu portato in processione al Mai Shum quando cominciarono le cerimonie del Timkat, nel tardo pomeriggio di venerd 18 gennaio 1991, era una grossa scatola rettangolare avvolta da uno spesso panno azzurro impreziosito dal ricamo di una colomba. E ricordai che nel Parzival di Wolfram proprio una colomba era l'emblema del Graal. Eppure sapevo, al di l di ogni ombra di dubbio, che l'oggetto che stavo guardando non era n il Graal n l'Arca: era piuttosto esso stesso un emblema, un simbolo, un segno.
Come mi aveva detto mesi prima il sacerdote falasha Raphael Hadane, la sacra reliquia conservata nella cappella del santuario restava l, gelosamente sorvegliata nel tabernacolo: quella che veniva portata in processione non era che una copia - una copia, per, alquanto diversa nella forma dal tabotat piatto che avevo visto sfilare durante le celebrazioni dell'anno precedente a Gon-dar, e che corrispondeva invece per forma e dimensioni all'Arca biblica.
Come, dunque, potevo essere tanto sicuro che fosse una copia? La risposta  semplice. Neanche per un momento, nei due giorni della cerimonia, Gebfa Mikail lasci la cappella del santuario. Nel tardo pomeriggio del 18, mentre la processione si avviava in direzione del Mai Shum, lo vidi seduto dietro le sbarre di ferro, appoggiato al muro di grigio granito di quel tozzo edificio, apparentemente perso in contemplazione. Non guard neanche la partenza dei sacerdoti ed era evidente che l'oggetto che essi trasportavano non aveva alcun significato particolare per lui.
Poi, quando se ne furono andati, egli scomparve dentro la cappella. Qualche attimo dopo sentii il suo canto lento, aritmico, ed ero sicuro che, se mi avessero permesso di avvicinarmi, avrei riconosciuto il dolce aroma dell'incenso.
Perch che cos'altro stava facendo Gebra Mikail, l nella profonda oscurit, se non offrire una piacevole fragranza al Signore davanti alla Santa Arca della Sua Alleanza? E perch lui, che era stato scelto tra tutti i suoi confratelli per adempiere a questo prezioso compito, avrebbe dovuto starsene chiuso all'interno del santuario fino al mattino, e la sacra e inviolabile reliquia alla quale aveva sacrificato la sua libert non si fosse trovata l con lui?
In tal modo credo di essere riuscito, alla fine, a" intravedere il segreto nascosto dietro al simbolo, il glorioso enigma proclamato in tanti mirabili segni - proclamato ma non rivelato. perch gli etiopi sanno che se vuoi nascondere un albero devi metterlo in una foresta; e che cos'altro sono le copie che essi venerano in 20.000 chiese se non una vera e propria foresta di segni?
Al cuore di questa foresta sta l'Arca stessa, l'Arca d'oro che fu costruita ai piedi del Monte Sinai, che fu portata nel deserto e attraverso il fiume Giordano, che assicur la vittoria degli israeliti nella loro lotta per raggiungere la Terra Promessa, che fu portata a Gerusalemme da re Davide e che - attorno al 955 a.C. - fu posta da Salomone nel tabernacolo del primo Tempio.

Da l, circa 300 anni dopo, essa fu spostata da sacerdoti fedeli che cercarono di preservarla dalla contaminazione alla quale l'aveva esposta il peccatore Manasse e che la portarono al sicuro nella lontana isola egizia di Elefantina. Qui venne costruito un nuovo tempio per contenerla, un tempio in cui essa rimase per altri due secoli.
Quando questo tempio fu distrutto, tuttavia, ricominciarono le sue peregrinazioni e l'Arca fu portata verso sud, in Etiopia, nella terra ombreggiata di ali, nella terra in cui si incrociano i fiumi. Provenendo da un'isola, fu portata in un'altra isola - la verdeggiante Tana Kirkos - dove venne sistemata in un tabernacolo semplice e adorata da gente semplice. Per i successivi 800 anni essa fu al centro di un vasto e idiosincratico culto giudaico, un culto i cui fedeli erano gli antenati di tutti gli odierni ebrei etiopi.
Poi arrivarono i cristiani, che predicavano una nuova religione: dopo aver convertito il re, essi riuscirono a prendersi l'Arca. La portarono ad Axum e la posero nella grande chiesa che avevano costruito nella citt, una chiesa dedicata a Santa Maria Madre di Cristo.
Trascorsero molti altri anni e - col passare di secoli bui - il ricordo di come l'Arca era arrivata in Etiopia si fece sempre pi confuso. Cominciarono a circolare delle leggende che cercavano di rendere conto del fatto misterioso e inesplicabile che una piccola citt nelle sperdute montagne del Tigre sembrava essere stata scelta - presumibilmente da Dio stesso - come ultimo luogo di custodia della reliquia pi preziosa e prestigiosa dell'epoca vetero-testamentaria. Queste leggende vennero alla fine codificate e messe in forma scritta nel Kebra Nagast - un documento che conteneva una tale messe di errori, anacronismi e incongruenze da impedire alle successive generazioni di studiosi di individuare l'unica, antica e recondita verit, nascosta sotto strati successivi di elementi mitici e magici.
Chi invece riconobbe la verit furono i Cavalieri Templari, che compresero l'immenso potere dell'Arca e che vennero in Etiopia per cercarla. Anche Wolfram von Eschenbach espresse questa verit nella storia del suo Parzival, in cui il Sacro Graal - il compimento del desiderio del cuore - fungeva da occulto criptogramma per l'Arca dell'Alleanza.
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Nel testo di Wolfram si diceva che il pagano Hegetanis aveva compreso i misteri occulti delle costellazioni e aveva dichiarato con voce reverenziale che esisteva davvero una cosa chiamata Graal. Egli affermava anche che questa cosa perfetta, spirituale, era custodita da una progenie cristiana allevata per una vita pura. E concludeva la sua predizione con queste parole: Gli uomini che sono chiamati al Graal sono sempre degni.
E questo vale anche per gli uomini che sono chiamati all'Arca - poich l'Arca e il Graal sono la stessa cosa. Quanto a me, io non sono abbastanza degno. Lo sapevo anche mentre attraversavo il deserto; lo sapevo mentre mi avvicinavo al santuario; e lo so anche adesso. Eppure... eppure... Il mio cuore  felice, e tutta la mia anima gioisce, e anche la mia carne rimarr nella speranza.
Datta. Dayadhvam. Dayata. Shantih shantih shantih.
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...
FINE.